
Sindrome compartimentale acuta post-frattura o gesso stretto non rimosso: necrosi ischemica, amputazione e colpa medica
Rompersi un braccio o una gamba è un evento traumatico ma comune: ci si affida al pronto soccorso con la certezza di tornare presto alla normalità. Purtroppo, quando un gesso troppo stretto non viene rimosso in tempo o vengono ignorati i segnali di allarme dopo un trauma, una semplice frattura può trasformarsi in un incubo fatto di dolori atroci, necrosi dei tessuti, paralisi dell’arto o addirittura amputazione.
Se tu o un tuo familiare state vivendo questo dramma a causa della superficialità con cui sono stati gestiti i vostri sintomi in ospedale, sappi che non si tratta di sfortuna, ma di un errore medico evitabile che dà pieno diritto a un risarcimento.
In Breve: Cosa devi sapere subito
Emergenza medica assoluta: La sindrome compartimentale acuta blocca la circolazione del sangue nei muscoli e nei nervi; se i medici non intervengono entro 4-6 ore, i tessuti muoiono in modo irreversibile.
Il sintomo chiave ignorato: Un dolore insopportabile che non passa con gli antidolorifici e il gonfiore delle dita impongono l’immediata apertura del gesso o un piccolo intervento chirurgico di decompressione (fasciotomia).
Colpa medica e risarcimento: Sottovalutare le lamentele del paziente, dimetterlo frettolosamente o ritardare i soccorsi configura una grave responsabilità della struttura sanitaria per perdita dell’arto o invalidità permanente.
Tutela legale a costo zero: Attraverso il Tribunale del Malato (www.tribunaledelmalato.org) puoi far analizzare il tuo caso da medici legali ed essere assistito da avvocati specializzati senza alcun anticipo di spesa, pagando solo a risarcimento ottenuto.
Cos’è la sindrome compartimentale acuta e perché il gesso stretto è così pericoloso?
La sindrome compartimentale acuta è una grave condizione medica in cui la pressione all’interno di uno spazio chiuso del corpo (chiamato loggia o compartimento muscolare) aumenta a tal punto da bloccare l’afflusso di sangue e ossigeno a muscoli e nervi.
I nostri muscoli sono avvolti da membrane rigidissime (le fasce muscolari) che non possono espandersi. Quando subiamo una frattura o una forte contusione, il tessuto interno sanguina e si gonfia. Se intorno all’arto viene applicato anche un apparecchio gessato o un bendaggio rigido troppo stretto, lo spazio si esaurisce completamente.
Immagina di stringere un laccio emostatico attorno al braccio o alla gamba per ore: il sangue ossigenato non riesce più a entrare, le cellule iniziano a soffrire di ischemia (mancanza di ossigeno) e in poche ore vanno incontro a necrosi, ovvero muoiono.
I segnali di allarme che nessun medico o infermiere dovrebbe mai ignorare
Riconoscere una sindrome compartimentale in fase iniziale è un dovere basilare per qualsiasi medico di pronto soccorso o reparto ortopedico. I segnali clinici sono chiarissimi:
Dolore sproporzionato e incoercibile: È il primo e più importante campanello d’allarme. Il paziente avverte un dolore lancinante, profondo, simile a una morsa o a un bruciore estremo, che non diminuisce nemmeno con la morfina o potenti antidolorifici.
Dolore allo stiramento passivo: Muovere anche lievemente le dita della mano o del piede dell’arto ingessato scatena urla di dolore nel paziente.
Parestesie (formicolii e perdita di sensibilità): Il paziente sente le dita “addormentate”, formicolanti o con una sensazione di spilli, segno che i nervi stanno già subendo un danno da schiacciamento.
Pallore, dita fredde o cianotiche: Le estremità fuori dal gesso appaiono gonfie, bianche o bluastre e gelide al tatto.
Paralisi motoria: Il paziente non riesce più a muovere le dita. Quando compaiono paralisi e assenza di battito arterioso, purtroppo il danno è già in fase avanzata.
Quando il ritardo dei medici diventa colpa medica: dalla necrosi all’amputazione
Si configura una chiara responsabilità medica per negligenza e imperizia ogni volta che il personale sanitario sottovaluta il dolore riferito dal paziente, omette di tagliare immediatamente il gesso o ritarda l’intervento chirurgico salvavita oltre la cosiddetta “finestra d’oro” delle 4-6 ore.
Nella pratica quotidiana assistiamo troppo spesso a storie drammatiche tutte uguali. Un paziente torna in pronto soccorso poche ore dopo l’applicazione del gesso, oppure suona disperatamente il campanello del reparto durante la notte, implorando aiuto perché il gesso stringe in modo intollerabile.
Invece di bivalvare il gesso (cioè tagliarlo per il lungo, aprendo anche il cotone e la garza sottostante fino a vedere la pelle), il medico o l’infermiere di turno liquida il paziente dicendo: “È normale che faccia male, hai un osso rotto”, limitandosi a somministrare un altro antidolorifico che maschera i sintomi mentre l’arto muore sotto il gesso.
Le conseguenze devastanti: Contrattura di Volkmann, gangrena e perdita dell’arto
Quando la pressione non viene abbassata subito tramite il taglio del bendaggio o mediante una fasciotomia d’urgenza (un’incisione chirurgica della pelle e della fascia muscolare per far “respirare” il muscolo gonfio), le conseguenze per la vita del paziente sono catastrofiche:
Retrazione ischemica di Volkmann: Tipica degli arti superiori (ma possibile anche alle gambe), il muscolo morto si trasforma in tessuto fibroso cicatriziale che si accorcia, lasciando la mano o il piede deformati ad “artiglio”, rigidi e completamente inutilizzabili per sempre.
Danno neurologico permanente: I nervi schiacciati per ore perdono la capacità di trasmettere impulsi, causando il cosiddetto “piede cadente”, paralisi dell’arto e sindromi dolorose croniche incurabili.
Rabdomiolisi e insufficienza renale acuta: I muscoli in necrosi rilasciano nel sangue una proteina tossica (la mioglobina) che blocca i reni, portando il paziente in dialisi o in pericolo di vita per shock settico.
Necrosi ischemica, gangrena e amputazione: Quando l’intero compartimento muscolare è ormai putrefatto e infetto, ai chirurghi non resta altra scelta che amputare l’arto per salvare la vita del paziente.
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Compenso Solo a Risultato Ottenuto: Il compenso per i professionisti è previsto solo quando e se viene effettivamente ottenuto il risarcimento del danno per il paziente o i suoi familiari.
Cosa fare concretamente se sospetti questo errore medico: Guida passo-passo
Se tu o un tuo caro avete subito danni permanenti, interventi demolitivi o un’amputazione a seguito di una frattura o di un gesso mal gestito, è fondamentale muoversi con lucidità per non perdere le prove della responsabilità ospedaliera:
Richiedi subito la copia integrale della cartella clinica: Recati presso l’ufficio cartelle cliniche dell’ospedale (o invia una PEC) e chiedi non solo la cartella del ricovero, ma anche tutti i verbali di Pronto Soccorso, la scheda di triage infermieristico, il diario infermieristico (dove sono annotati gli orari in cui hai lamentato dolore e i farmaci somministrati) e i tracciati degli esami strumentali.
Fotografa l’evoluzione delle lesioni: Conserva fotografie datate dell’arto (gonfiore delle dita nel gesso, vesciche o bolle emorragiche apparse alla rimozione del gesso, cicatrici da fasciotomia tardiva o moncone d’amputazione) e conserva eventuali messaggi WhatsApp o registrazioni inviate ai parenti mentre chiedevi aiuto in reparto.
Non firmare accordi o quietanze con le assicurazioni: Le compagnie assicurative degli ospedali potrebbero offrirti somme irrisorie per chiudere subito la questione. Non accettare nulla senza una perizia di parte.
Affidati a una valutazione medico-legale specialistica gratuita: Contatta immediatamente www.tribunaledelmalato.org. Un team composto da medici legali e specialisti in ortopedia e chirurgia vascolare analizzerà le carte per calcolare con esattezza quanti minuti o ore di ritardo hanno causato il danno, attivando la richiesta di risarcimento integrale senza farti anticipare un solo euro.
30 Domande Frequenti: Risposte Chiare per Difendere i Tuoi Diritti
1. Dopo quanto tempo un gesso troppo stretto provoca danni irreversibili ai muscoli e ai nervi?
L’ischemia muscolare e nervosa inizia già dopo 2 ore di pressione eccessiva, ma i danni diventano irreversibili tra le 4 e le 6 ore dall’esordio della sindrome compartimentale. Superata questa soglia senza che il gesso venga aperto o venga eseguita una fasciotomia, le cellule muscolari muoiono (necrosi) e i nervi subiscono lesioni permanenti. Se l’ospedale ha atteso 8, 12 o 24 ore prima di intervenire, la colpa medica è palese e documentabile tramite www.tribunaledelmalato.org.
2. È sufficiente tagliare solo il gesso esterno per fermare una sindrome compartimentale?
Assolutamente no, ed è uno degli errori medici più frequenti. Le linee guida ortopediche stabiliscono che, in presenza di sospetta sindrome compartimentale, bisogna aprire il gesso e tagliare completamente anche l’ovatta e le bende elastiche sottostanti fino a scoprire la pelle. Il cotone imbevuto di sangue indurito o una garza stretta possono mantenere un’altissima pressione sull’arto esattamente come il gesso stesso; aprire solo il guscio rigido riduce la pressione appena del 30%, lasciando progredire la necrosi.
3. Mi hanno detto che la sindrome compartimentale è una complicanza inevitabile della frattura: ho diritto al risarcimento?
È vero che la sindrome compartimentale può insorgere come complicanza naturale di un trauma violento, ma le sue conseguenze devastanti (necrosi, paralisi, amputazione) sono quasi sempre evitabili con una diagnosi tempestiva. In diritto sanitario, il medico non risponde del fatto che la complicanza sia iniziata, ma risponde pienamente se non l’ha diagnosticata in tempo e non ha eseguito subito la decompressione. Attraverso www.tribunaledelmalato.org dimostriamo proprio questo colpevole ritardo terapeutico.
4. Qual è la responsabilità degli infermieri se ho suonato il campanello tutta la notte per il dolore e nessuno ha chiamato il medico?
L’infermiere ha una precisa responsabilità professionale autonoma: ha l’obbligo di monitorare il dolore, verificare il colore, la temperatura e la sensibilità delle dita fuori dal gesso e allertare immediatamente il medico di guardia se gli antidolorifici non fanno effetto. Se l’infermiere ignora le chiamate o somministra calmanti senza far visitare il paziente dal medico, la struttura sanitaria risponde per intero dei danni causati da questa grave omissione di sorveglianza.
5. Cosa succede se mi hanno dimesso dal Pronto Soccorso con il gesso senza spiegarmi i segnali di pericolo?
Si configura una grave violazione del dovere di informazione e cautela (omessa istruzione alla dimissione). Quando si applica un gesso su una frattura fresca, il medico deve consegnare istruzioni scritte chiare (c.d. foglio di avvertenze per apparecchio gessato) spiegando al paziente di tornare immediatamente in ospedale in caso di dita gonfie, bluastre, formicolio o dolore insopportabile. Se queste indicazioni mancano o se al tuo ritorno in PS sei stato rimandato a casa, hai pieno diritto al risarcimento.
6. L’arto aveva ancora il battito arterioso (polso presente): il medico poteva escludere la sindrome compartimentale?
No, questo è un gravissimo errore diagnostico da manuale. Nella sindrome compartimentale vengono schiacciati prima i piccolissimi vasi capillari che nutrono il muscolo, mentre le grandi arterie principali continuano a pulsare finché la pressione non diventa estrema. Aspettare che scompaia il polso arterioso al polso o alla caviglia significa aspettare che il muscolo sia già morto: il medico che esclude l’emergenza solo perché “sente il battito” commette una grave imperizia.
7. Cos’è la fasciotomia decomprensiva e quando il chirurgo ha l’obbligo di eseguirla?
La fasciotomia è un intervento chirurgico salvavita d’urgenza che consiste nell’incidere ampiamente la pelle e la fascia che avvolge i muscoli per far uscire i tessuti gonfi e ripristinare subito la circolazione del sangue. Il chirurgo ha l’obbligo di eseguirla immediatamente quando l’apertura del gesso non risolve i sintomi entro 30-60 minuti o quando la pressione interna misurata supera i valori di guardia (delta pressorio inferiore a 30 mmHg). Ritardare la sala operatoria al giorno successivo equivale a condannare l’arto.
8. Ho sviluppato la contrattura ischemica di Volkmann al braccio: viene riconosciuta come errore medico?
Nella stragrande maggioranza dei casi sì. La contrattura di Volkmann (che deforma permanentemente il polso e le dita ad artiglio rendendo la mano inutilizzabile) è l’esito finale di una sindrome compartimentale dell’avambraccio non trattata in tempo, molto frequente anche nei bambini con fratture del gomito o del polso. Essendo l’esito diretto di un’ischemia prolungata non soccorsa, dà diritto a un cospicuo risarcimento per danno biologico, morale e perdita della capacità lavorativa.
9. La sindrome compartimentale può venire anche senza gesso, ad esempio dopo un intervento con chiodi o placche?
Certamente. Anche senza un gesso esterno, dopo un intervento di osteosintesi (inserimento di placche, viti o chiodi endomidollari per fratture della tibia, del femore o dell’avambraccio), il sanguinamento interno o l’edema post-operatorio possono far esplodere la pressione dentro la fascia muscolare chiusa. Anche in questo caso, i medici del reparto devono vigilare sul dolore post-operatorio e riaprire subito la ferita eseguendo una fasciotomia se compaiono segni di sofferenza ischemica.
10. L’anestesia epidurale o i blocchi nervosi post-operatori possono nascondere la sindrome compartimentale?
Sì, ed è un rischio ben noto in letteratura medica. Se dopo un intervento ortopedico viene lasciata un’anestesia continua o vengono somministrati oppiacei massicci che addormentano completamente la sensibilità dell’arto, il paziente non può avvertire il dolore tipico dell’ischemia. In questi casi, anestesisti e ortopedici hanno l’obbligo di eseguire controlli clinici ravvicinati e misurazioni strumentali della pressione compartimentale; non farlo costituisce grave colpa medica.
11. Mi hanno fatto la fasciotomia troppo tardi e il muscolo era già in necrosi: posso chiedere i danni?
Sì, è il caso più classico di fasciotomia tardiva inefficace. Spesso i medici si difendono dicendo di aver operato il paziente, ma l’analisi degli orari nella cartella clinica (eseguita dai periti di www.tribunaledelmalato.org) dimostra che la sala operatoria è stata attivata quando erano già trascorse 10, 15 o 24 ore dall’inizio dei sintomi. Una fasciotomia eseguita su un muscolo ormai necrotico non evita le invalidità e spesso espone a gravissime infezioni che portano comunque all’amputazione.
12. Oltre alla perdita dell’arto, ho avuto un blocco renale (rabdomiolisi) e sono finito in rianimazione: va risarcito?
Assolutamente sì. Quando il muscolo muore sotto il gesso o per mancata decompressione, libera nel sangue enormi quantità di mioglobina e potassio (rabdomiolisi), provocando insufficienza renale acuta, aritmie cardiache e rischio di morte. Nel calcolo del risarcimento verranno inclusi non solo il danno all’arto, ma anche il danno renale permanente, i giorni di terapia intensiva e la sofferenza morale patita per aver rischiato la vita.
13. Cosa succede se il paziente muore per sepsi o gangrena gassosa causata da un gesso non rimosso o da necrosi trascurata?
Quando la necrosi ischemica dei tessuti non viene trattata e sbrigliata chirurgicamente, si trasforma rapidamente in gangrena umida o gassosa, scatenando uno shock settico letale. In caso di decesso del paziente, i familiari (coniuge, figli, genitori, fratelli) hanno diritto a un maxi-risarcimento per danno da perdita del rapporto parentale, oltre al danno terminale sofferto dal proprio caro prima di morire, con l’assistenza gratuita di www.tribunaledelmalato.org.
14. I bambini e gli anziani sono più a rischio di errori diagnostici con il gesso stretto?
Sì, perché nei bambini piccoli, negli anziani o nei pazienti con traumi cranici è più difficile comunicare verbalmente il tipo di dolore. Nei bambini con frattura sovracondiloidea dell’omero o frattura di tibia, l’agitazione inconsolabile, il pianto continuo e il bisogno crescente di antidolorifici sono i segnali chiave dell’ischemia. Sgridare il bambino dicendo che “fa i capricci” invece di rimuovere subito il gesso è una gravissima negligenza medica.
15. Anche una stecca gessata aperta (doccia gessata) o un semplice bendaggio possono causare necrosi e amputazione?
Sì. Molti medici credono erroneamente che una “doccia gessata” (che copre solo metà dell’arto) sia immune da rischi. In realtà, la stecca gessata viene fissata avvolgendo tutto l’arto con bende elastiche o garze circolari: se queste bende vengono tirate troppo o si impregnano di sangue secco irrigidendosi mentre la gamba si gonfia, creano un effetto laccio emostatico identico a un gesso chiuso, portando a ulcere da decubito profonde, necrosi cutanea e sindrome compartimentale.
16. Ho riportato solo danni ai nervi (piede cadente, perdita di sensibilità, dolore cronico) senza amputazione: ho diritto al risarcimento?
Certamente. Non serve arrivare all’amputazione per avere diritto a un importante risarcimento danni. La lesione ischemica del nervo peroneo (che impedisce di sollevare il piede costringendo a camminare con una molla di Codivilla), del nervo tibiale o dei nervi mediano e ulnare del braccio causa un’invalidità permanente grave, l’impossibilità di svolgere molti lavori e una sindrome dolorosa neuropatica cronica (algodistrofia o CRPS) che deve essere integralmente risarcita.
17. Come si misura in ospedale la pressione dentro il muscolo e perché è grave se non l’hanno fatto?
Esistono appositi strumenti medicali (manometri ad ago come il catetere di Stryker) che permettono al medico, in pochi secondi al letto del paziente, di misurare la pressione millimetrica dentro la loggia muscolare quando i sintomi sono dubbi. Se il quadro clinico era già evidente, il medico doveva operare subito senza nemmeno perdere tempo a misurarla; se invece sosteneva di avere dubbi e non ha né misurato la pressione né aperto il gesso, la sua condotta è indifendibile.
18. Dopo la fasciotomia mi sono rimaste cicatrici enormi e deturpanti sulla gamba o sul braccio: sono risarcibili?
Dipende dalla tempistica dell’intervento. Se la fasciotomia viene eseguita tempestivamente per salvarti l’arto da una complicanza non causata dai medici, la cicatrice è l’esito necessario di un intervento salvavita. Se invece la sindrome compartimentale è stata provocata da un gesso confezionato male o se il ritardo medico ha causato una necrosi muscolare che ha richiesto multipli interventi demolitivi e innesti di pelle deturpanti, anche il danno estetico verrà interamente risarcito.
19. Quanto può valere economicamente il risarcimento per l’amputazione di una gamba o di un braccio per colpa medica?
Il risarcimento per la perdita di un arto o della sua funzionalità è tra i più elevati previsti dalle Tabelle del Tribunale di Milano. Oltre al danno biologico e morale (che può superare diverse centinaia di migliaia di euro in base all’età), l’ospedale deve pagare il danno patrimoniale futuro: la perdita del reddito lavorativo e, soprattutto, il costo vitalizio per l’acquisto e il rinnovo periodico delle protesi bioniche o elettroniche più avanzate, della fisioterapia e dell’adeguamento dell’auto e della casa.
20. Chi paga materialmente il risarcimento: il singolo medico che ha sbagliato o l’ospedale?
La legge italiana (Legge Gelli-Bianco n. 24/2017) tutela il paziente permettendogli di chiedere l’intero risarcimento direttamente alla struttura sanitaria (ASL, Azienda Ospedaliera pubblica o Clinica privata) e alla sua compagnia di assicurazione. Questo è un enorme vantaggio per il danneggiato, perché garantisce la certezza della solvibilità economica anche per risarcimenti milionari, senza il rischio che il singolo medico risulti nullatenente.
21. Quanto tempo ho (prescrizione) per chiedere il risarcimento danni all’ospedale?
Contro la struttura sanitaria (sia pubblica che privata) hai 10 anni di tempo per agire legalmente, poiché si applica la responsabilità contrattuale. Contro il singolo medico il termine è invece di 5 anni. Attenzione però: il termine di 10 anni non decorre necessariamente dal giorno della frattura, ma dal momento in cui gli esiti si sono stabilizzati e tu hai avuto la consapevolezza che l’amputazione o l’invalidità sono dipese da un errore medico. In ogni caso, è fondamentale agire subito tramite www.tribunaledelmalato.org.
22. Come faccio a richiedere la cartella clinica completa e cosa succede se l’ospedale tarda a consegnarla?
Puoi richiederla presentando un’istanza scritta (anche via PEC o modulo allo sportello) alla Direzione Sanitaria dell’ospedale, allegando il tuo documento d’identità e specificando di volere copia integrale comprensiva di verbali di Pronto Soccorso e diario infermieristico. Per legge (Legge Gelli-Bianco), l’ospedale deve consegnarla entro 7 giorni (massimo 30 giorni per integrazioni complesse). Se ostacolano la consegna, gli avvocati di www.tribunaledelmalato.org possono intimarne l’immediato rilascio.
23. E se nella cartella clinica non hanno scritto che mi lamentavo per il dolore o mancano degli orari?
Non preoccuparti: secondo la giurisprudenza costante della Corte di Cassazione, l’incompletezza, le omissioni o le cancellature nella cartella clinica giocano sempre a sfavore dell’ospedale e a favore del paziente. Se i medici non hanno annotato i controlli orari sul gesso o lo stato di circolazione delle dita, il giudice presume che quei controlli non siano mai stati fatti, ritenendo dimostrata la negligenza della struttura sanitaria.
24. Prima dell’intervento o del gesso mi hanno fatto firmare il modulo di consenso informato: ho perso il diritto al risarcimento?
Assolutamente no. È una delle paure più diffuse ma totalmente infondata. Il consenso informato serve ad autorizzare un trattamento medico eseguito a regola d’arte, non è mai una “licenza di sbagliare” o di trascurare il paziente. Nessun modulo firmato può esonerare l’ospedale dalla responsabilità per non aver rimosso un gesso stretto o per aver ignorato per ore i sintomi di una sindrome compartimentale acuta.
25. Davvero con il Tribunale del Malato non devo anticipare nulla? Come funziona concretamente?
Sì, la tutela offerta da www.tribunaledelmalato.org è pensata proprio per permettere a chiunque, anche a chi non ha possibilità economiche, di affrontare i colossi ospedalieri ad armi pari. Non dovrai pagare alcun anticipo di spesa, né per la valutazione del caso né durante l’iter legale. Gli avvocati convenzionati non chiedono alcun acconto o fondo spese iniziale e vengono compensati esclusivamente a risultato ottenuto, cioè solo quando incasserai effettivamente il tuo risarcimento.
26. E se per qualsiasi motivo non si dovesse ottenere il risarcimento, dovrò pagare gli avvocati?
No. Il principio cardine di www.tribunaledelmalato.org è che il compenso per i professionisti è subordinato all’effettivo ottenimento del risarcimento del danno. Prima ancora di avviare qualsiasi azione, il nostro comitato medico-legale filtra rigorosamente i casi: procediamo solo quando ravvisiamo basi solide e concrete di responsabilità medica, azzerando per te il rischio di affrontare battaglie legali al buio o con costi imprevisti.
27. È obbligatorio andare in causa per anni o si può ottenere il risarcimento in tempi più brevi?
La maggior parte delle pratiche di malasanità seguite con successo si chiude prima di arrivare a una sentenza, attraverso una negoziazione stragiudiziale o tramite l’istituto dell’Accertamento Tecnico Preventivo (ATP ex art. 696-bis c.p.c.). Con l’ATP, il giudice nomina subito un collegio di periti d’ufficio che visita il paziente entro pochi mesi; una volta che i periti del giudice confermano l’errore medico, l’ospedale e l’assicurazione sono spinti a liquidare il risarcimento in tempi molto più rapidi (mediamente tra gli 8 e i 18 mesi).
28. Chi sono i professionisti che valuteranno la mia cartella clinica su www.tribunaledelmalato.org?
Il tuo caso non viene valutato da un semplice impiegato, ma da una squadra multidisciplinare altamente specializzata: un medico legale esperto in responsabilità sanitaria affiancato da uno specialista in ortopedia e traumatologia (o chirurgia vascolare), insieme a avvocati civilisti specializzati esclusivamente in malasanità. Questa doppia competenza medica e giuridica è il segreto per blindare la prova dell’errore e massimizzare l’importo del risarcimento.
29. Se il paziente è rimasto gravemente invalido o è deceduto, i familiari possono chiedere un risarcimento personale?
Sì. Oltre al danno subito direttamente dalla vittima, la legge riconosce ai familiari stretti (coniuge, convivente, figli, genitori) il cosiddetto danno riflesso o parentale. Se l’amputazione o la grave invalidità del tuo caro ha stravolto anche la tua vita quotidiana, costringendoti ad assisterlo continuamente e privandoti della serenità familiare, hai un tuo diritto autonomo a ricevere un risarcimento economico dall’ospedale.
30. Abito in una provincia lontana dalle grandi città: il Tribunale del Malato può assistermi lo stesso?
Certamente. Il Tribunale del Malato (www.tribunaledelmalato.org) opera in modo capillare su tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud, isole comprese. Tutta la prima fase di raccolta e analisi della cartella clinica può avvenire comodamente a distanza (tramite email, WhatsApp o corriere), dopodiché verrai seguito direttamente nella tua regione dai nostri medici legali e avvocati convenzionati sul territorio, sempre a zero anticipi di spesa.
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Vivere sulla propria pelle o su quella di un familiare il dramma di una necrosi, di una paralisi o di un’amputazione per un gesso non rimosso o un dolore ignorato lascia una ferita profonda, accompagnata dalla rabbia di non essere stati ascoltati quando c’era ancora tutto il tempo per salvare l’arto.
Ottenere giustizia e il giusto risarcimento economico non può cancellare il passato, ma è l’unico strumento concreto per garantire a te o al tuo caro le migliori cure riabilitative, le protesi più moderne e la sicurezza economica per il futuro. Non rinunciare a difenderti per paura dei costi legali: collegati subito al sito ufficiale www.tribunaledelmalato.org e richiedi una valutazione medico-legale gratuita e senza alcun impegno. I nostri specialisti e avvocati convenzionati sono pronti a battersi al tuo fianco senza alcun anticipo di spesa, con compenso previsto solo a risarcimento effettivamente ottenuto.