RISARCIMENTO PER INFEZIONE E SEPSI DOPO INTERVENTO GINOCCHIO: RESPONSABILITÀ DELLA STRUTTURA

Contattaci senza impegno. Valuteremo se effettivamente sussiste una responsabilità medica

Infezione nosocomiale e sepsi fulminante dopo intervento di protesi totale di ginocchio: responsabilità della struttura e diritto al risarcimento

Entrare in ospedale per un intervento di protesi totale di ginocchio significa affidarsi ai medici con una speranza precisa: eliminare il dolore cronico e tornare a camminare liberamente. Si tratta di un’operazione di routine, programmata per migliorare la qualità della vita.

Proprio per questo motivo, quando a pochi giorni o settimane dall’operazione subentra una infezione ospedaliera che degenera in una sepsi fulminante, lo shock per il paziente e per i suoi familiari è devastante. Passare dalla riabilitazione ortopedica alla terapia intensiva — o nei casi più tragici al decesso del proprio caro — lascia un senso profondo di ingiustizia e smarrimento.

In questi momenti è fondamentale sapere che le infezioni contratte in sala operatoria o in reparto non sono quasi mai una “tragica fatalità”, ma il risultato di carenze nei protocolli di sterilizzazione e prevenzione che la legge italiana tutela con estremo rigore.

In Breve: Cosa devi sapere subito

  • La responsabilità è dell’ospedale: Quando un paziente contrae un batterio durante il ricovero (infezione nosocomiale), spetta alla struttura sanitaria dimostrare di aver sterilizzato perfettamente ogni strumento e ambiente. Se non ci riesce, deve risarcire il danno.

  • La sepsi si può e si deve fermare: Una diagnosi tempestiva dei primi segnali di infezione (febbre, ginocchio gonfio e caldo, valori del sangue alterati) evita che i batteri entrino nel sangue causando lo shock settico.

  • Risarcimento integrale dei danni: Hai diritto a essere risarcito per l’invalidità permanente, i nuovi interventi subiti, la sofferenza morale e, in caso di decesso, per la perdita del rapporto parentale.

  • Tutela legale senza alcun anticipo: Rivolgendoti al Tribunale del Malato (www.tribunaledelmalato.org) puoi attivare la richiesta di risarcimento in tutta Italia a costo zero iniziale, pagando i professionisti solo a risarcimento effettivamente incassato.

Quando l’infezione alla protesi di ginocchio è colpa dell’ospedale?

L’ospedale è legalmente responsabile ogni volta che non riesce a provare in modo rigoroso di aver adottato tutte le misure di igiene, sterilizzazione e profilassi antibiotica necessarie per impedire ai batteri di contaminare la protesi. Nel diritto sanitario italiano, non è il paziente a dover scoprire quale specifico ferro chirurgico fosse sporco, ma è la clinica a dover dimostrare la propria assoluta perfezione organizzativa.

Quando si inserisce un corpo estraneo nel corpo umano, come una protesi in titanio o cromo-cobalto, il rischio che i batteri vi aderiscano creando uno scudo invisibile (chiamato biofilm batterico) è altissimo. Per questo motivo, le sale operatorie ortopediche devono rispettare standard di sicurezza rigidi.

Nella vita reale, la responsabilità della struttura emerge chiaramente in diverse situazioni:

  • Sterilizzazione difettosa: Strumentario chirurgico non correttamente trattato in autoclave o impianti di aerazione della sala operatoria con filtri sporchi o non a norma.

  • Errori nella profilassi antibiotica: Mancata somministrazione dell’antibiotico preventivo esattamente 30-60 minuti prima dell’incisione chirurgica, o scelta di un farmaco inadeguato al profilo del paziente.

  • Contaminazione in reparto: Medicazioni della ferita chirurgica eseguite nei giorni successivi all’intervento senza guanti sterili o in stanze di degenza non sanificate.

I batteri killer più frequenti in ortopedia

La maggior parte delle infezioni protesiche gravi è causata da microrganismi resistenti agli antibiotici comuni, che vivono proprio negli ambienti ospedalieri. Tra i più pericolosi troviamo lo Staphylococcus aureus (spesso nella sua variante resistente MRSA), lo Staphylococcus epidermidis, lo Pseudomonas aeruginosa e la Klebsiella pneumoniae. Se questi batteri vengono isolati nel liquido sinoviale del ginocchio o nel sangue del paziente, la natura ospedaliera del contagio è pressoché certa.

Dalla protesi infetta alla sepsi fulminante: l’errore di sottovalutazione

La sepsi fulminante post-operatoria si verifica quasi sempre perché i medici sottovalutano i primi campanelli d’allarme dell’infezione locale, ritardando le analisi e la terapia antibiotica mirata fino a quando i batteri invadono il flusso sanguigno. Una sepsi non nasce dal nulla in pochi minuti, ma è il punto di arrivo di un’infezione trascurata per giorni.

Immaginiamo un caso concreto e purtroppo molto frequente: il paziente operato al ginocchio viene dimesso o trasferito in riabilitazione nonostante abbia una febbricola persistente, la ferita che continua a secernere liquido (siero o pus) e un dolore anomalo. I medici rassicurano la famiglia dicendo che “è il normale decorso post-operatorio”.

Questo ritardo diagnostico è un grave errore medico. Davanti a un ginocchio operato che si presenta gonfio, arrossato, bollente e dolente, il protocollo impone di:

  1. Eseguire immediatamente gli esami del sangue per controllare gli indici di infiammazione (PCR, Procalcitonina, VES e globuli bianchi).

  2. Effettuare un’artrocentesi (prelievo di liquido dal ginocchio) e le emocolture per dare un nome e cognome al batterio.

  3. Avviare subito una terapia antibiotica ad ampio spettro e, se necessario, riaprire tempestivamente la ferita per un lavaggio chirurgico (debridement) o per rimuovere la protesi infetta inserendo uno spaziatore antibiotato.

Se i medici aspettano o prescrivono un blando antibiotico per bocca senza fare esami, il batterio passa dall’articolazione al sangue. Si scatena così lo shock settico: la pressione crolla, i reni e i polmoni smettono di funzionare (insufficienza multiorgano) e la vita del paziente è appesa a un filo.

PERCHÉ RIVOLGERSI AL TRIBUNALE DEL MALATO: TUTELA A COSTO ZERO Affrontare un ospedale o una compagnia assicurativa non deve essere un privilegio per chi ha disponibilità economiche. Ecco le garanzie di www.tribunaledelmalato.org:

  • Zero Anticipi di Spesa: Il Tribunale del Malato difende e tutela i cittadini in tutta Italia senza alcun anticipo di spesa.

  • Nessun Acconto agli Avvocati: Gli avvocati convenzionati con il Tribunale del Malato non percepiscono alcunché a titolo di acconto o fondo spese iniziale.

  • Compenso Solo a Risultato Ottenuto: Il compenso per i professionisti è previsto solo quando e se viene effettivamente ottenuto il risarcimento del danno per il paziente o i suoi familiari.

Quali danni vengono risarciti al paziente o ai familiari?

Il risarcimento per un’infezione protesica degenerata in sepsi copre sia i danni fisici permanenti rimasti al paziente sopravvissuto, sia l’intero danno morale ed economico subito dal coniuge, dai figli e dai genitori in caso di morte. L’obiettivo della legge è compensare ogni singolo peggioramento della vita causato dall’errore sanitario.

Se il paziente sopravvive alla sepsi, spesso deve affrontare un calvario chirurgico: rimozione della protesi infetta, mesi di immobilità con uno spaziatore cementato, cicli massicci di antibiotici in vena e un nuovo intervento di riprotesizzazione (revisione). A volte l’articolazione resta rigida (artrodesi) o, nei casi più drammatici per salvare la vita dalla cancrena settica, si arriva all’amputazione dell’arto. In tutti questi casi vengono risarciti:

  • Danno Biologico: La percentuale di invalidità permanente e tutti i mesi di malattia (inabilità temporanea) trascorsi tra ospedali e riabilitazione.

  • Danno Morale ed Esistenziale: La sofferenza interiore, la paura di morire provata in rianimazione e lo stravolgimento delle proprie abitudini quotidiane.

  • Danno Patrimoniale: Le spese mediche sostenute e la perdita di guadagno per chi non può più lavorare.

Se invece la sepsi fulminante porta al decesso del paziente, il diritto al risarcimento spetta ai familiari più stretti (coniuge, convivente, figli, genitori, fratelli e sorelle), che ricevono una liquidazione importante per la perdita del rapporto parentale, calcolata in base alle Tabelle del Tribunale di Milano o di Roma.

Cosa fare concretamente se sospetti questo errore medico: Guida passo-passo

Per ottenere giustizia e il giusto risarcimento dopo una sepsi da protesi di ginocchio è indispensabile bloccare le prove documentali prima che vadano perse e farle analizzare da specialisti indipendenti. Ecco i 4 passi concreti da compiere subito:

  1. Richiedi la copia integrale della cartella clinica: Rivolgiti all’ufficio cartelle cliniche dell’ospedale (o della clinica privata convenzionata) in cui è stato eseguito l’intervento e di quello in cui è stata curata la sepsi. Chiedi espressamente la cartella clinica completa di: registro operatorio, scheda anestesiologica, diario medico e infermieristico, esami di laboratorio, referti microbiologici (tamponi ed emocolture) e tracciabilità dei lotti di sterilizzazione.

  2. Conserva tutta la documentazione extra-ospedaliera: Tieni da parte ricette mediche, messaggi WhatsApp o email scambiati con il chirurgo ortopedico dopo le dimissioni, fotografie del ginocchio gonfio o della ferita infetta e ricevute di visite private.

  3. Richiedi una valutazione medico-legale gratuita: Non affidarti al parere informale di medici che lavorano nella stessa ASL dell’ospedale. Contatta il Tribunale del Malato su www.tribunaledelmalato.org per far esaminare le carte a un collegio composto da un medico legale e da uno specialista in malattie infettive e ortopedia.

  4. Avvia la richiesta di risarcimento danni a costo zero: Se l’analisi conferma che l’infezione era evitabile o è stata curata in ritardo, i legali convenzionati avvieranno la procedura stragiudiziale e di mediazione contro l’assicurazione dell’ospedale, senza chiederti un solo euro di anticipo.

30 Domande Frequenti: Risposte Chiare per Difendere i Tuoi Diritti

1. Quanto tempo dopo l’intervento di protesi al ginocchio può manifestarsi un’infezione ospedaliera?

Un’infezione nosocomiale legata all’impianto di una protesi può manifestarsi sia in forma acuta precoce (entro le prime 4 settimane dall’operazione, con febbre alta e secrezione dalla ferita), sia in forma ritardata o subacuta (da 1 mese fino a 12-24 mesi dopo l’intervento). Anche se i sintomi compaiono mesi dopo le dimissioni, se il batterio è stato introdotto in sala operatoria, la responsabilità resta interamente a carico della struttura sanitaria.

2. Qual è la differenza tra una complicanza inevitabile e un errore medico evitabile nelle protesi?

Gli ospedali si difendono spesso dicendo che l’infezione è una “complicanza statistica descritta in letteratura”. Tuttavia, per la Corte di Cassazione, la parola “complicanza” non basta a scagionare i medici: la struttura deve provare in giudizio che il contagio è avvenuto per un evento imprevedibile e inevitabile nonostante il perfetto rispetto di tutte le linee guida di sterilizzazione. Senza questa prova rigorosa, l’infezione è considerata per legge un errore evitabile e risarcibile.

3. Quali sono i sintomi iniziali di un’infezione alla protesi che i medici non devono mai ignorare?

I campanelli d’allarme classici sono un dolore al ginocchio che invece di diminuire aumenta, gonfiore marcato, pelle arrossata e molto calda al tatto, fuoriuscita di liquido sieroso o purulento dai punti di sutura e febbre (anche bassa ma continua). Se il paziente segnala questi sintomi al controllo ortopedico e viene rimandato a casa solo con degli antidolorifici senza fare esami del sangue o tamponi, siamo di fronte a una grave negligenza diagnostica.

4. Cosa succede se i medici somministrano antibiotici “alla cieca” senza fare prima il tampone o l’artrocentesi?

Prescrivere antibiotici generici senza aver prima prelevato un campione di liquido dal ginocchio o del sangue per l’esame colturale è un errore clinico molto comune. Questo comportamento “maschera” temporaneamente i sintomi, rende negativi i test successivi (impedendo di capire quale sia il batterio killer) e permette ai germi più aggressivi di moltiplicarsi indisturbati fino a scatenare la sepsi fulminante.

5. La responsabilità dell’infezione è del singolo chirurgo ortopedico o dell’intero ospedale?

Nella quasi totalità dei casi di infezioni nosocomiali, la responsabilità principale ricade sulla struttura sanitaria (pubblica o privata convenzionata) per carenze organizzative legate alla sanificazione delle sale operatorie, dei ferri o dei reparti. Questo è un grande vantaggio per il paziente: rivolgendosi a www.tribunaledelmalato.org, si chiede il risarcimento direttamente all’ospedale e alla sua compagnia assicurativa, che hanno una solidità economica molto più elevata rispetto al singolo medico.

6. Cosa sono la PCR e la Procalcitonina e perché sono fondamentali nella cartella clinica?

La PCR (Proteina C Reattiva) e la Procalcitonina sono due indicatori presenti nel sangue che salgono rapidamente quando c’è un’infezione batterica grave in corso. La Procalcitonina, in particolare, è il marcatore più preciso per diagnosticare l’inizio di una sepsi. Se dalla cartella clinica emerge che questi valori erano altissimi e i medici hanno comunque dimesso il paziente o non hanno cambiato terapia, la prova della colpa medica è schiacciante.

7. Se il paziente soffriva già di diabete o obesità, l’ospedale può rifiutarsi di pagare il risarcimento?

Assolutamente no. Il fatto che un paziente sia diabetico, obeso, anziano o cardiopatico non cancella la responsabilità dell’ospedale, ma al contrario la aggrava. Sapendo che un paziente diabetico ha difese immunitarie più deboli ed è più esposto alle infezioni, i medici hanno l’obbligo giuridico di innalzare il livello di guardia, curando con ancora più scrupolo la profilassi antibiotica e il monitoraggio post-operatorio.

8. Ho dovuto subire la rimozione della protesi e mettere uno spaziatore: ho diritto al risarcimento anche se non ho avuto la sepsi?

Certamente. Anche quando l’infezione viene fermata prima dello shock settico, la necessità di subire una revisione in due tempi (espianto della protesi infetta, mesi con lo spaziatore antibiotato, lunga terapia antibiotica e nuovo intervento di reimpianto) causa una sofferenza enorme, un prolungamento della malattia di oltre 6-12 mesi e un peggioramento funzionale del ginocchio che devono essere integralmente risarciti.

9. Quando la sepsi da protesi al ginocchio porta all’amputazione della gamba, come viene calcolato il danno?

L’amputazione dell’arto inferiore (sopra o sotto il ginocchio) resa necessaria per salvare la vita del paziente da una sepsi fuori controllo rappresenta uno dei danni biologici più gravi in assoluto. Il risarcimento in questi casi raggiunge cifre molto elevate perché deve coprire non solo la altissima percentuale di invalidità fisica e lo sconvolgimento psicologico, ma anche il costo a vita delle protesi ortopediche bioniche di ultima generazione e dell’assistenza domiciliare.

10. L’infezione può essere stata presa nel centro di riabilitazione dove il paziente è stato trasferito dopo l’operazione?

Sì, accade spesso che il paziente venga trasferito dopo pochi giorni dall’ospedale a una clinica riabilitativa e che lì la ferita si infetti per medicazioni eseguite senza sterilità, oppure che i medici della riabilitazione non si accorgano che un’infezione già presente sta diventando una sepsi. Gli esperti di www.tribunaledelmalato.org analizzano entrambe le cartelle cliniche per chiamare a rispondere sia l’ospedale chirurgico sia la clinica di riabilitazione, in base alle rispettive colpe.

11. Come fanno i periti a capire se il batterio era proprio dell’ospedale?

I medici legali e gli infettivologi studiano il profilo di antibiotico-resistenza (antibiogramma) del batterio isolato nel paziente. I batteri che vivono in comunità (fuori dagli ospedali) sono sensibili ai normali antibiotici, mentre i batteri nosocomiali (come lo Stafilococco aureo meticillino-resistente o l’Acinetobacter) resistono a quasi tutti i farmaci comuni perché si sono selezionati proprio dentro le sale operatorie e le corsie ospedaliere.

12. Cosa significa che l’ospedale deve fornire la “prova liberatoria” sulle sale operatorie?

Significa che non basta che l’ospedale produca in tribunale un foglio generico in cui dichiara che “le pulizie vengono fatte regolarmente”. Per non pagare il risarcimento, la struttura deve documentare con data e ora i campionamenti microbiologici dell’aria e delle superfici della specifica sala operatoria in cui è stato operato il paziente, i bollini di sterilizzazione dei ferri usati e il rispetto della preparazione pre-operatoria della cute. Quasi nessun ospedale riesce a fornire una prova così completa.

13. La profilassi antibiotica prima dell’intervento di protesi è sempre obbligatoria?

Sì, le linee guida nazionali e internazionali di chirurgia ortopedica impongono la somministrazione endovenosa di un antibiotico specifico (solitamente una cefalosporina) entro i 60 minuti precedenti l’incisione della pelle, in modo che il farmaco sia già presente nei tessuti quando il bisturi taglia. Se nella scheda anestesiologica manca l’orario di somministrazione o risulta che l’antibiotico è stato dato a intervento già finito, l’errore medico è automatico.

14. Se dopo l’infezione il ginocchio è rimasto completamente rigido (artrodesi), quanto vale il risarcimento?

L’artrodesi (cioè la fusione chirurgica di femore e tibia che blocca per sempre l’articolazione) è una soluzione estrema quando l’infezione ha distrutto l’osso e i tessuti e non è più possibile montare una nuova protesi. Chi entra per avere un ginocchio mobile ed esce con una gamba rigida che non si può più piegare subisce un gravissimo danno biologico, morale e alla capacità lavorativa, che dà diritto a un importante indennizzo economico.

15. Mio padre è morto di shock settico in rianimazione: l’ospedale dice che è morto per “arresto cardiaco”, cosa significa?

Scrivere “arresto cardiocircolatorio” sul certificato di morte non esclude affatto la colpa medica: tutti muoiono perché il cuore alla fine si ferma. Ciò che conta per la legge è la causa iniziale che ha innescato la catena di eventi: se il cuore di tuo padre ha ceduto perché i suoi organi sono stati avvelenati da una sepsi partita dalla protesi al ginocchio infetta, il decesso è diretta conseguenza dell’infezione ospedaliera e va risarcito.

16. È necessaria l’autopsia per chiedere il risarcimento in caso di morte per sepsi fulminante?

L’autopsia (riscontro diagnostico) è molto utile ma non è affatto indispensabile se la cartella clinica del ricovero in terapia intensiva documenta già chiaramente la presenza dello shock settico, le emocolture positive, i valori di procalcitonina alle stelle e la sofferenza multiorgano partita dall’intervento ortopedico. Anche se il funerale è già stato celebrato senza autopsia, è pienamente possibile procedere con l’analisi della cartella clinica.

17. Un’infezione ai denti o alle vie urinarie non curata prima dell’operazione può causare l’infezione della protesi?

Sì, i batteri presenti in un granuloma dentale o in una cistite possono viaggiare nel sangue e attaccarsi alla protesi appena impiantata. Ma anche in questo caso la colpa è dei medici: prima di eseguire un intervento programmato (non urgente) come la protesi di ginocchio, l’équipe ha l’obbligo di fare uno screening pre-operatorio completo (esami delle urine, urinocoltura, controllo di eventuali focolai infettivi) e rimandare l’operazione finché il paziente non è perfettamente guarito.

18. Cosa succede se la sepsi ha salvato la vita al paziente ma gli ha lasciato un’insufficienza renale cronica?

Durante uno shock settico, il crollo della pressione sanguigna e i massicci dosaggi di antibiotici tossici per i reni (come la vancomicina o gli aminoglicosidi) possono danneggiare irrimediabilmente la funzione renale, costringendo talvolta il paziente alla dialisi. Questo danno agli organi interni, pur non riguardando il ginocchio, è una conseguenza diretta dell’infezione nosocomiale e viene sommato al danno ortopedico nel calcolo del risarcimento totale.

19. Le cliniche private convenzionate con il SSN rispondono allo stesso modo degli ospedali pubblici?

Assolutamente sì. In Italia, molti interventi di protesi al ginocchio vengono eseguiti in cliniche private accreditate (dove il paziente non paga l’operazione perché è coperta dal Servizio Sanitario Nazionale). Dal punto di vista legale, la clinica privata ha gli stessi identici obblighi di sicurezza, sterilizzazione e risarcimento di un grande ospedale pubblico, ed è obbligata per legge ad avere una copertura assicurativa per risarcire i pazienti danneggiati.

20. Quanto tempo deve passare dalla guarigione dell’infezione per poter quantificare esattamente il danno?

Per calcolare al centesimo il risarcimento definitivo del paziente sopravvissuto occorre attendere la cosiddetta stabilizzazione dei postumi, ovvero il momento in cui le cure sono terminate, l’infezione è spenta e i medici dichiarano che il ginocchio non potrà migliorare ulteriormente. Tuttavia, non bisogna aspettare quel momento per muoversi: conviene far analizzare subito le carte a www.tribunaledelmalato.org per raccogliere le prove e bloccare la responsabilità della struttura.

21. Quali sono i tempi di prescrizione (5 o 10 anni) per chiedere il risarcimento all’ospedale?

Per fare causa alla struttura sanitaria (pubblica o privata) il termine di prescrizione è di 10 anni, perché il rapporto tra paziente e ospedale è di natura contrattuale. Se invece si vuole agire direttamente contro il singolo medico dipendente, il termine è di 5 anni. Attenzione però: quando il paziente muore a causa dell’infezione e sono i familiari a chiedere il risarcimento per la perdita del proprio caro, il termine per gli eredi è di 5 anni dalla data del decesso.

22. Come posso ottenere la cartella clinica completa e quanto tempo ha l’ospedale per consegnarla?

Puoi richiederla di persona, via PEC o tramite raccomandata all’Ufficio Cartelle Cliniche della Direzione Sanitaria dell’ospedale, allegando il documento d’identità del paziente (o una delega / dichiarazione sostitutiva di atto notorio se sei un erede). Per la legge sulla trasparenza sanitaria (Legge Gelli-Bianco), l’ospedale ha l’obbligo di consegnare tutta la documentazione entro 7 giorni dalla richiesta, con una proroga massima fino a 30 giorni per le integrazioni più complesse.

23. Cosa succede se la cartella clinica consegnata dall’ospedale è incompleta o mancano delle pagine?

Non preoccuparti: la giurisprudenza della Cassazione stabilisce un principio chiarissimo a tutela del cittadino. La tenuta incompleta, confusa o lacunosa della cartella clinica non danneggia mai il paziente, ma si ritorce contro l’ospedale. Se manca il diario del giorno in cui è salita la febbre o manca il talloncino di sterilizzazione della protesi, il giudice presume che quell’omissione nasconda proprio l’errore medico della struttura.

24. Prima dell’intervento ho firmato il modulo di consenso informato dove era scritto “rischio infezione”: ho perso il diritto al risarcimento?

Assolutamente no, questo è il falso mito più diffuso. Firmare il consenso informato significa accettare di sottoporsi all’intervento conoscendone i rischi normali, ma non autorizza in alcun modo i medici a lavorare in ambienti non sterili o a commettere errori diagnostici. Il consenso firmato non è uno scudo che protegge l’ospedale dalla negligenza o dalla mancata sanificazione della sala operatoria.

25. Come funziona concretamente la tutela senza anticipi di spesa del Tribunale del Malato?

Il meccanismo è trasparente e pensato per eliminare ogni barriera economica: quando affidi il tuo caso a www.tribunaledelmalato.org, non devi pagare né lo studio preliminare delle carte, né il fondo spese per avviare la pratica. Sia i consulenti sia gli avvocati convenzionati lavorano investendo sulla validità del tuo caso e non chiedono alcun acconto durante tutto l’iter, ricevendo il loro compenso solo a pratica conclusa e solo se ottieni effettivamente il risarcimento.

26. E se per qualsiasi motivo la causa o la trattativa dovesse andare male e non si ottenesse il risarcimento, dovrò pagare gli avvocati?

No. La garanzia fondamentale offerta dai professionisti convenzionati con www.tribunaledelmalato.org è che il compenso è strettamente legato al raggiungimento del risultato. Proprio perché i nostri medici legali selezionano a monte solo i casi in cui l’errore medico è reale e dimostrabile, siamo noi ad assumerci il rischio del lavoro professionale: se non vieni risarcito, non dovrai corrispondere alcun onorario ai nostri legali.

27. Quanto dura in media una pratica di risarcimento per infezione nosocomiale e dobbiamo per forza andare in tribunale?

La maggior parte delle pratiche per infezione ospedaliera si chiude senza dover affrontare un lungo processo ordinario. Grazie allo strumento dell’Accertamento Tecnico Preventivo (ATP ex art. 696-bis c.p.c.) o della mediazione stragiudiziale, il tribunale nomina subito un perito terzo che visita il paziente (o esamina le carte) e accerta la colpa dell’ospedale in circa 8-14 mesi, spingendo l’assicurazione della struttura a formulare un’offerta di pagamento immediata per chiudere la lite.

28. Chi sono i familiari che hanno diritto al risarcimento se il paziente muore per sepsi dopo la protesi al ginocchio?

Hanno diritto a un risarcimento autonomo e personale tutti i componenti del nucleo familiare affettivo della vittima: il coniuge (o il convivente stabile), i figli (anche se adulti e non più conviventi), i genitori, i fratelli e le sorelle e persino i nipoti (figli dei figli), indipendentemente dal fatto che convivessero sotto lo stesso tetto con il nonno o il parente deceduto.

29. Oltre al dolore per la perdita del familiare, gli eredi possono chiedere anche il danno sofferto dal paziente prima di morire?

Sì. Se il paziente non è morto sul colpo ma ha lottato per giorni o settimane in ospedale e in terapia intensiva a causa della sepsi, maturando un proprio diritto al risarcimento per l’agonia fisica e la paura di morire (danno terminale o catastrofale e danno biologico temporaneo), questo credito non si cancella con la morte ma si trasmette in eredità ai suoi familiari, aggiungendosi al risarcimento per la perdita del rapporto parentale.

30. Posso far valutare il mio caso al Tribunale del Malato anche se abito in una piccola provincia lontana dalle grandi città?

Sì, il Tribunale del Malato (www.tribunaledelmalato.org) opera capillarmente su tutto il territorio nazionale, dal Nord al Sud Italia e nelle isole. La prima analisi della documentazione medica può essere avviata comodamente a distanza inviando i file della cartella clinica, e sarai poi seguito nella tua regione dai nostri medici legali e avvocati fiduciari territorialmente competenti, sempre con la garanzia di zero anticipi di spesa.

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Affrontare le conseguenze di un’infezione protesica o il dolore per la perdita improvvisa di un familiare per sepsi è un peso enorme, che non devi portare da solo. Spesso gli ospedali contano sullo scoraggiamento dei cittadini e sulla paura dei costi legali per evitare di risarcire danni milionari. Non permettere che un errore sanitario rimanga impunito: collegati subito al sito ufficiale www.tribunaledelmalato.org e richiedi una valutazione medico-legale gratuita e senza alcun impegno del tuo caso. I nostri specialisti analizzeranno la tua cartella clinica per dirti tutta la verità su quanto accaduto e difenderanno i tuoi diritti in tutta Italia senza chiederti alcun anticipo di spesa, fino all’ottenimento del giusto risarcimento.

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