
Lesione dell’arteria iliaca o dell’aorta durante chirurgia vertebrale lombare: shock emorragico e morte in sala operatoria
Accompagnare un proprio caro in ospedale per un intervento alla schiena — spesso presentato come una procedura di routine per risolvere un’ernia del disco o una stenosi lombare — e ricevere poche ore dopo la notizia di una gravissima emorragia interna o del decesso in sala operatoria è un trauma devastante e innaturale. Chi entra sulle proprie gambe per curare un dolore sciatico non dovrebbe mai perdere la vita sul tavolo operatorio. Quando durante un intervento alla colonna vertebrale viene perforata l’aorta addominale o l’arteria iliaca, la tragedia è quasi sempre il risultato di una manovra chirurgica errata o di un fatale ritardo nei soccorsi d’urgenza.
In Breve: Cosa devi sapere subito
Perché accade: Davanti alle ultime vertebre lombari (L4, L5 e S1) scorrono i vasi sanguigni più grandi del corpo umano (aorta, arterie iliache e vena cava). Se lo strumento del chirurgo va troppo in profondità oltre il disco vertebrale, può lacerarli.
L’errore più grave: Oltre alla perforazione del vaso, la colpa medica risiede spesso nel ritardo diagnostico in sala operatoria: il sangue si accumula nell’addome senza uscire dalla ferita sulla schiena e l’équipe non interviene in tempo per fermare lo shock emorragico.
Il diritto al risarcimento: Il paziente sopravvissuto con gravi invalidità o i familiari della vittima (coniuge, figli, genitori, fratelli) hanno diritto a un integrale risarcimento dei danni a carico della struttura sanitaria (pubblica o privata) e della sua assicurazione.
Tutela senza spese: Attraverso il Tribunale del Malato (www.tribunaledelmalato.org) è possibile far analizzare la cartella clinica e ottenere giustizia senza alcun anticipo di spesa, pagando i professionisti solo a risarcimento effettivamente incassato.
Come può un intervento alla schiena perforare l’aorta o l’arteria iliaca?
La lesione dell’aorta o dell’arteria iliaca durante la chirurgia vertebrale avviene perché questi grandi vasi sanguigni poggiano direttamente contro la parete anteriore della colonna lombare, a pochi millimetri dal disco intervertebrale su cui lavora il chirurgo.
Per comprendere cosa succede in sala operatoria non servono nozioni mediche complesse. Immagina le vertebre lombari come dei blocchi sovrapposti separati da un cuscinetto ammortizzatore: il disco intervertebrale. Il chirurgo opera dalla schiena (con il paziente sdraiato a pancia in giù) e utilizza delle apposite pinze chirurgiche (chiamate pinze ossivore o pinze da disco) per entrare nello spazio tra due vertebre e svuotare il tessuto dell’ernia.
Davanti a questo cuscinetto esiste una fascia fibrosa resistente chiamata legamento longitudinale anteriore, che funge da “muro di confine”. Appena al di là di questo sottile muro scorrono l’aorta addominale, le arterie iliache comuni (in particolare l’arteria iliaca comune sinistra all’altezza del disco L4-L5) e le vene iliache.
Lo sfondamento del limite anatomico con i ferri chirurgici
L’incidente si verifica quando il chirurgo, nel ripulire lo spazio del disco intervertebrale o nell’inserire una gabbietta di stabilizzazione (artrodesi), spinge la pinza per qualche millimetro oltre il dovuto, sfondando il legamento anteriore. Le punte taglienti dello strumento finiscono così nello spazio dietro l’addome (spazio retroperitoneale) e strappano o bucano la parete dell’arteria iliaca o dell’aorta.
Un chirurgo esperto e prudente ha il dovere di conoscere la profondità esatta dello spazio discale (studiando prima la risonanza magnetica e la TAC), di controllare le tacche di profondità impresse sugli strumenti chirurgici e di non esercitare mai trazioni o spinte alla cieca verso il fondo della vertebra.
Il pericolo del “sanguinamento invisibile”
L’aspetto più insidioso di questa lesione è che spesso il chirurgo non vede uscire sangue dalla ferita sulla schiena. Poiché il paziente è posizionato a pancia in giù e il foro nel disco vertebrale si richiude su se stesso come una valvola, il sangue arterioso ad altissima pressione non risale verso la schiena, ma si riversa silenziosamente dentro la pancia (nello spazio retroperitoneale), formando in pochi minuti una massa di litri di sangue che porta al collasso del cuore.
Quando la lesione vascolare è un grave errore medico risarcibile?
Una lesione dell’aorta o dell’arteria iliaca configura una precisa responsabilità medica e della struttura sanitaria sia quando deriva da un’esecuzione chirurgica imprudente, sia — soprattutto — quando l’équipe non riconosce immediatamente i segnali dello shock emorragico e non attiva in pochi minuti le manovre salvavita.
In ambito giudiziario, gli ospedali tentano spesso di difendersi sostenendo che la lesione vascolare sia una “complicanza rara ma descritta in letteratura”. Tuttavia, la legge italiana e la Corte di Cassazione sono chiarissime: definire un evento come complicanza non basta a scagionare l’ospedale. La struttura deve dimostrare che l’evento era del tutto imprevedibile e inevitabile e, ancor più importante, deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile per salvare la vita del paziente una volta verificatosi il danno.
I segnali d’allarme ignorati dall’anestesista e dal chirurgo
Quando l’arteria iliaca o l’aorta vengono lesionate, i monitor dell’anestesista lanciano segnali inequivocabili che una squadra preparata ha l’obbligo di decifrare subito:
Crollo improvviso e inspiegabile della pressione arteriosa (ipotensione severa) che non risponde ai farmaci normali.
Aumento repentino dei battiti cardiaci (tachicardia compensatoria), segno che il cuore sta cercando disperatamente di pompare il poco sangue rimasto in circolo.
Caduta dell’anidride carbonica espirata e rapido crollo dei valori di emoglobina agli esami del sangue d’urgenza.
Gonfiore e tensione anomala dell’addome, visibile non appena il paziente viene girato a pancia in su.
Il ritardo fatale nei soccorsi in sala operatoria
Nella maggior parte dei casi che portano alla morte del paziente, l’errore più grave consiste nella perdita di tempo prezioso. Accade purtroppo di frequente che l’abbassamento di pressione venga scambiato per un effetto dei farmaci dell’anestesia: l’intervento viene terminato con calma, il paziente viene portato in sala risveglio o in reparto e solo dopo ore — quando entra in arresto cardiaco — ci si rende conto dell’emorragia interna massiva.
Salvare un paziente con una lesione dell’aorta o dell’arteria iliaca richiede invece un protocollo immediato: chiudere subito la ferita posteriore, girare il paziente a pancia in su in pochi istanti, comprimere l’aorta, trasfondere sacche di sangue in modo massivo e far intervenire immediatamente il chirurgo vascolare (per cucire l’arteria aprendo l’addome o per inserire una protesi interna endovascolare, detta stent). Operare in una clinica priva di chirurgia vascolare d’urgenza o di scorte di sangue adeguate aggrava ulteriormente la colpa della struttura.
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Guida Pratica: Cosa fare concretamente se sospetti questo errore medico
Se un tuo familiare ha perso la vita durante o subito dopo un intervento alla colonna vertebrale, oppure è sopravvissuto riportando gravissime menomazioni (danni cerebrali da mancanza di ossigeno, perdita di un arto, insufficienza d’organo), segui questi passaggi fondamentali per tutelare la verità:
Richiedi la cartella clinica integrale e i tracciati di sala operatoria: Presenta subito domanda alla Direzione Sanitaria dell’ospedale per ottenere la copia conforme di tutta la documentazione. Assicurati che siano inclusi il verbale operatorio dettagliato, il cartellino anestesiologico (dove sono registrati minuto per minuto i valori di pressione e battito cardiaco), le richieste alla banca del sangue e le immagini della TAC o della risonanza pre-operatoria.
Valuta il riscontro diagnostico o l’autopsia: Se il decesso è appena avvenuto, l’esame autoptico è lo strumento più potente per certificare la dimensione della lacerazione dell’arteria iliaca o dell’aorta e la quantità di sangue riversata nell’addome (emoperitoneo o ematoma retroperitoneale). Anche se non è stata presentata denuncia penale, l’autopsia e la cartella clinica restano prove regine in sede civile.
Non firmare accordi o rinunce con la struttura: Di fronte a eventi così gravi, alcune cliniche o assicurazioni possono tentare approcci informali. Non sottoscrivere alcun documento senza l’assistenza di legali specializzati in responsabilità sanitaria.
Affidati a una valutazione medico-legale e specialistica gratuita: Contatta il Tribunale del Malato su www.tribunaledelmalato.org. Un team composto da medici legali e specialisti in neurochirurgia e chirurgia vascolare analizzerà il diario operatorio e anestesiologico per ricostruire ogni minuto dell’intervento e accertare le responsabilità, senza farti anticipare un solo euro.
Chi ha diritto al risarcimento e quali danni vengono pagati?
In caso di morte del paziente per shock emorragico, il diritto al risarcimento spetta a tutti i congiunti legati alla vittima da un vincolo affettivo: il coniuge o convivente, i figli, i genitori, i fratelli e le sorelle, e in molti casi anche i nipoti. Ciascun familiare ha diritto a una somma autonoma calcolata secondo le Tabelle del Tribunale di riferimento, che tiene conto:
Del danno da perdita del rapporto parentale, ovvero la sofferenza interiore e lo sconvolgimento definitivo della vita familiare causati dalla scomparsa improvvisa del proprio caro.
Del danno patrimoniale, se la vittima contribuiva con il proprio reddito o con il proprio lavoro domestico al mantenimento della famiglia, oltre al rimborso di tutte le spese funeratizie e mediche.
Del danno terminale o catastrofale (trasmesso agli eredi), qualora il paziente sia rimasto in vita per un certo lasso di tempo (in rianimazione o dopo l’intervento) prima di spegnersi, maturando un danno biologico e morale proprio.
Se invece il paziente sopravvive allo shock emorragico ma riporta danni permanenti (come paralisi, amputazioni per ischemia della gamba, danni neurologici da arresto cardiaco prolungato o necessità di ulteriori interventi ricostruttivi), ha diritto al risarcimento integrale del danno biologico di grave entità, del danno morale, della perdita della capacità lavorativa e di tutte le spese di cura e assistenza futura.
30 Domande Frequenti: Risposte Chiare per Difendere i Tuoi Diritti
1. Qual è la vertebra più a rischio di lesione dell’arteria iliaca durante un intervento di ernia del disco?
Il livello vertebrale più esposto in assoluto è lo spazio tra la quarta e la quinta vertebra lombare (L4-L5), seguito dal passaggio lombosacrale (L5-S1). Proprio all’altezza di L4, infatti, l’aorta addominale si divide nelle due arterie iliache comuni; in particolare, l’arteria iliaca comune sinistra attraversa la linea mediana appoggiandosi direttamente davanti al disco L4-L5, risultando il vaso più frequentemente perforato dalle pinze chirurgiche.
2. Perché il chirurgo non si accorge subito di aver bucato l’aorta o l’arteria iliaca?
In oltre la metà dei casi, il sangue non refluisce all’esterno attraverso il taglio sulla schiena del paziente. L’anello fibroso del disco vertebrale si richiude parzialmente dopo il passaggio della pinza, agendo come una barriera: il sangue arterioso ad alta pressione trova minore resistenza verso l’interno e si accumula rapidamente nella cavità retroperitoneale (dietro l’addome), nascondendo l’emorragia alla vista diretta dell’operatore.
3. Quali sono i segnali sul monitor dell’anestesista che indicano la perforazione di un grosso vaso?
Il segnale cardine è un crollo improvviso della pressione arteriosa (ipotensione acuta) associato a un brusco aumento della frequenza cardiaca (tachicardia) proprio mentre il chirurgo sta lavorando con le pinze nello spazio del disco. Nei casi più gravi si assiste anche a una brusca discesa dell’anidride carbonica espirata (indice di ridotta gittata cardiaca) e al pallore estremo delle mucose.
4. È un errore medico scambiare il calo di pressione per un problema di anestesia?
Sì, rappresenta uno degli errori diagnostici più frequenti e gravi. Se durante o subito dopo la pulizia del disco lombare la pressione crolla e non risale nonostante la somministrazione di liquidi e farmaci vasopressori, l’anestesista e il chirurgo hanno l’obbligo di sospettare immediatamente una lesione vascolare maggiore, senza perdere tempo attribuendo il collasso ai farmaci anestetici o alla posizione prona del paziente.
5. Quanto tempo ha l’équipe medica per salvare un paziente con una lesione dell’aorta o dell’arteria iliaca?
Nelle lacerazioni ampie dell’aorta o dell’arteria iliaca comune, ogni singolo minuto è decisivo tra la vita e la morte. La letteratura medico-scientifica dimostra che il tasso di sopravvivenza dipende direttamente dalla rapidità con cui il paziente viene girato a pancia in su (supinazione) e sottoposto a riparazione vascolare chirurgica o endovascolare; un ritardo anche solo di 30-60 minuti riduce drasticamente le possibilità di salvezza.
6. Cosa succede se nella clinica dove è stato fatto l’intervento non c’era il chirurgo vascolare?
Operare la colonna vertebrale in una struttura priva di guardia chirurgica generale/vascolare attiva o di protocolli immediati di emergenza per il trattamento dello shock emorragico può configurare una grave colpa organizzativa della clinica. La struttura sanitaria risponde per legge se non è dotata delle attrezzature, delle scorte di sangue o degli specialisti necessari a fronteggiare le emergenze note di quel tipo di chirurgia.
7. Quale strumento chirurgico causa più spesso la perforazione dell’arteria iliaca?
Lo strumento maggiormente coinvolto è la pinza ossivora o pinza da disco (pinza di Caspar o di Love-Gruenwald), utilizzata per afferrare ed estrarre i frammenti del nucleo polposo dell’ernia. Se il chirurgo inserisce i morsi della pinza a una profondità superiore a 3-4 centimetri nello spazio discale senza controllo visivo o radiografico, rischia di “mordere” il legamento anteriore e la parete dell’arteria sottostante.
8. Oltre all’arteria iliaca, può essere lesionata anche la vena cava o la vena iliaca?
Assolutamente sì. Accanto all’aorta e alle arterie iliache decorrono la vena cava inferiore e le vene iliache comuni, le cui pareti sono ancora più sottili e fragili di quelle arteriose. Spesso il trauma chirurgico colpisce contemporaneamente sia l’arteria sia la vena, oppure provoca una lacerazione venosa massiva il cui sanguinamento, seppur a pressione più bassa, è altrettanto letale se non tamponato e suturato d’urgenza.
9. Che cos’è una fistola artero-venosa o uno pseudoaneurisma dopo un intervento alla schiena?
Talvolta la lesione della parete dell’arteria non provoca la morte immediata in sala operatoria, ma crea una breccia parziale contenuta dai tessuti circostanti (pseudoaneurisma) oppure mette in comunicazione diretta l’arteria iliaca lesionata con la vena iliaca adiacente (fistola artero-venosa). Queste lesioni possono rompersi a distanza di ore o giorni dall’intervento, oppure causare grave scompenso cardiaco e gonfiore alle gambe se non diagnosticate tempestivamente con un’Angio-TAC.
10. L’ospedale può giustificarsi dicendo che il paziente aveva le arterie fragili o calcifiche?
No, questa giustificazione non esonera la struttura. Se il paziente presentava calcificazioni dell’aorta (aterosclerosi), una colonna molto assottigliata o precedenti interventi sulla stessa vertebra (recidiva di ernia), tali condizioni erano perfettamente visibili nella Risonanza Magnetica o nella TAC pre-operatoria. Il chirurgo aveva quindi il dovere di adottare una cautela ancora maggiore durante le manovre strumentali.
11. Come si ripara in emergenza una lesione dell’arteria iliaca in sala operatoria?
Oggi esistono due vie principali: la laparotomia d’urgenza (apertura chirurgica dell’addome per pinzare l’aorta a monte della lesione e suturare o ricostruire l’arteria iliaca con una protesi) oppure la procedura endovascolare d’urgenza (inserimento attraverso l’arteria femorale all’inguine di un palloncino per bloccare l’emorragia e di uno stent ricoperto che sigilla il buco dall’interno in pochi minuti).
12. Il paziente è morto in Terapia Intensiva il giorno dopo l’intervento: c’è comunque responsabilità?
Sì, ed è uno scenario molto frequente. Quando lo shock emorragico viene riconosciuto e trattato in ritardo, anche se il chirurgo vascolare riesce infine a riparare l’arteria, il paziente ha ormai subito una prolungata mancanza di sangue e ossigeno agli organi vitali. Ciò innesca la cosiddetta CID (Coagulazione Intravascolare Disseminata) e l’insufficienza multiorgano (cuore, reni, cervello), che portano al decesso in Rianimazione ore o giorni dopo per colpa del ritardo iniziale.
13. Cosa succede se il paziente sopravvive ma subisce un’ischemia o l’amputazione della gamba?
L’arteria iliaca porta tutto il sangue all’arto inferiore. Se l’arteria viene lesionata, chiusa in modo improprio durante il tentativo di fermare l’emorragia o ostruita da trombi (coaguli) senza un adeguato ripristino del flusso sanguigno (bypass o rivascolarizzazione), la gamba va in ischemia acuta. Se il paziente perde l’arto o riporta deficit motori e circolatori permanenti, ha diritto a un maxirisarcimento per il grave danno biologico subito.
14. Una lesione vascolare può causare danni cerebrali permanenti (coma o stato vegetativo)?
Sì. Quando l’emorragia massiva riduce il volume di sangue nel corpo (shock ipovolemico), il cuore non riesce più a pompare sangue al cervello e può verificarsi un arresto cardiocircolatorio intraoperatorio. Anche se il paziente viene rianimato, i minuti in cui il cervello è rimasto senza ossigeno (ipossia o anossia cerebrale) possono lasciare danni neurologici gravissimi e irreversibili, integralmente risarcibili.
15. Anche negli interventi di stabilizzazione con viti e gabbiette (artrodesi PLIF, TLIF, ALIF) c’è questo rischio?
Certamente. Negli interventi di artrodesi vertebrale non ci si limita a togliere l’ernia, ma si raschia l’intero spazio discale con raspe e cucchiai taglienti per inserire una gabbietta intersomatica (cage) e viti peduncolari. Nell’approccio anteriore (ALIF), addirittura, si passa dall’addome spostando fisicamente l’aorta e la vena cava: una manovra incauta o una vite troppo lunga che fuoriesce dalla parte anteriore del corpo vertebrale può lesionare direttamente i grandi vasi.
16. Se nel verbale operatorio c’è scritto “intervento regolare senza complicanze”, come si spiega il decesso?
Capita spesso di leggere verbali operatori standardizzati redatti subito dopo la chiusura della cute, in cui il chirurgo scrive che tutto è andato bene perché non si era ancora accorto dell’emorragia interna in corso. La verità emerge incrociando il verbale con il diario anestesiologico, gli esami dell’emoglobina nel post-operatorio, i referti della Rianimazione o dell’autopsia: una discrepanza simile dimostra in modo schiacciante che l’emorragia non è stata né vista né diagnosticata in sala operatoria.
17. È obbligatorio eseguire subito un’Angio-TAC o un’ecografia se il paziente sta male dopo l’intervento?
Sì. Se un paziente appena operato alla colonna lombare manifesta pressione bassa, pallore, sudorazione fredda, dolore addominale o calo dell’emoglobina nel sangue, i medici di reparto e di guardia devono immediatamente eseguire un’ecografia addominale d’urgenza (Eco-FAST) o un’Angio-TAC. Somministrare solo liquidi o antidolorifici senza indagare la causa del collasso costituisce una gravissima negligenza.
18. La mancanza di sacche di sangue pronte per la trasfusione aggrava la colpa dell’ospedale?
Senza dubbio. Davanti a uno shock emorragico da rottura dell’arteria iliaca o dell’aorta, il paziente perde litri di sangue in pochissimo tempo. Se la struttura non attiva immediatamente il protocollo di trasfusione massiva (sangue di gruppo zero negativo d’emergenza, plasma e piastrine) o se si verificano ritardi burocratici nel reperimento delle sacche dal centro trasfusionale, l’ospedale ne risponde pienamente.
19. Un intervento mini-invasivo o in microdiscectomia con il microscopio elimina il rischio di perforare l’aorta?
No, anzi: nella chirurgia mini-invasiva o microchirurgica il chirurgo lavora attraverso un piccolo accesso tubulare con una visione ingrandita ma ristretta. Proprio la ridotta percezione della profondità complessiva può indurre l’operatore meno attento a spingere le pinze oltre il limite anteriore del disco. L’uso del microscopio non giustifica mai lo sfondamento del legamento longitudinale anteriore.
20. Chi risponde legalmente del danno: il singolo chirurgo, l’anestesista o l’ospedale?
Ai sensi della Legge Gelli-Bianco (Legge n. 24/2017), i familiari o il paziente danneggiato possono chiedere l’intero risarcimento direttamente alla struttura sanitaria (ASL, Azienda Ospedaliera o Clinica Privata) e alla sua compagnia di assicurazione. Non è necessario fare causa al singolo medico: è l’ospedale a rispondere civilmente dell’operato di tutta l’équipe (chirurgo vertebrale, anestesista, medici di reparto e chirurgo vascolare).
21. Quanto tempo abbiamo per chiedere il risarcimento per la morte o le lesioni del nostro caro?
Contro la struttura sanitaria (sia pubblica che privata convenzionata o privata pura) il termine di prescrizione è di 10 anni dal momento del decesso o dal momento in cui il danno si è manifestato nella sua gravità. Se invece i familiari di una vittima deceduta intendono far valere il danno da perdita del rapporto parentale (qualificato come extracontrattuale), il termine prudenziale da rispettare è di 5 anni dalla morte: per questo è fondamentale agire tempestivamente tramite www.tribunaledelmalato.org.
22. Il modulo di consenso informato firmato dal paziente prima dell’intervento salva l’ospedale?
Assolutamente no. Molti familiari temono che la firma sul modulo dove era scritta la parola “emorragia” o “lesione vascolare” tolga ogni diritto. In realtà, il consenso informato serve solo ad autorizzare l’atto medico, ma non autorizza mai il chirurgo a sbagliare la manovra o a ritardare i soccorsi. Inoltre, se il modulo era generico e non spiegava il rischio specifico in relazione alle condizioni del paziente, costituisce un’ulteriore violazione risarcibile.
23. È indispensabile aver fatto denuncia ai Carabinieri o in Procura per ottenere il risarcimento in denaro?
No. Il giudizio penale e la richiesta di risarcimento civile viaggiano su binari completamente separati. Anche se la famiglia non ha presentato denuncia penale nei giorni successivi alla tragedia, oppure se un eventuale procedimento penale è stato archiviato, il diritto al risarcimento civile resta intatto perché in sede civile le regole di prova sono molto più favorevoli ai familiari della vittima.
24. Come si richiede la cartella clinica e cosa fare se l’ospedale tarda a consegnarla?
La cartella clinica va richiesta all’Ufficio Cartelle Cliniche o alla Direzione Sanitaria dell’ospedale dal paziente stesso o, in caso di decesso, da un erede legittimo (allegando una semplice dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà). Per legge la struttura deve consegnarla entro 7-30 giorni. Se l’ospedale omette pagine fondamentali (come il foglio anestesiologico) o ritarda la consegna, gli avvocati del Tribunale del Malato intervengono con una diffida formale immediata.
25. Cosa succede se nella cartella clinica mancano dei dati o gli orari sembrano incongruenti?
Secondo la costante giurisprudenza della Corte di Cassazione, l’incompletezza, le omissioni o le contraddizioni della cartella clinica giocano sempre a sfavore dell’ospedale e a vantaggio del paziente. Se nel cartellino anestesiologico ci sono “buchi” temporali non compilati proprio durante la crisi ipotensiva, il giudice presume che in quel lasso di tempo vi sia stata una condotta negligente dei sanitari.
26. Come funziona concretamente la tutela a “Zero Anticipi” del Tribunale del Malato?
Rivolgendosi a www.tribunaledelmalato.org, il cittadino non deve sborsare nulla per avviare e portare avanti la pratica. L’esame preliminare delle carte è gratuito e, una volta accertata la presenza dell’errore medico, tutta la gestione stragiudiziale e legale viene svolta senza chiedere anticipi o fondi spese. Gli avvocati convenzionati non percepiscono alcun acconto: il compenso matura esclusivamente a risultato raggiunto, cioè quando la famiglia incassa il risarcimento.
27. Se la pratica dovesse andare male e non si ottenesse il risarcimento, dovrò pagare gli avvocati?
No. La formula di tutela garantita da www.tribunaledelmalato.org prevede che gli avvocati convenzionati vengano retribuiti solo quando e se viene effettivamente ottenuto il risarcimento del danno. In questo modo il rischio economico non ricade sulle spalle di una famiglia già duramente colpita da un lutto o da una grave invalidità.
28. Quanto può valere in termini economici il risarcimento per la morte di un familiare in sala operatoria?
L’ammontare complessivo per il decesso di un paziente dovuto a malasanità è molto elevato e varia in base all’età della vittima, all’età dei superstiti e al grado di parentela o convivenza. In base alle Tabelle giudiziarie nazionali, il risarcimento base per il coniuge e per ciascun figlio oscilla mediamente tra i 180.000 euro e oltre i 350.000 euro a testa, a cui si sommano le quote per genitori e fratelli, oltre al danno patrimoniale per la perdita dello stipendio o della pensione del defunto.
29. Quanto tempo ci vuole per chiudere la pratica e incassare il risarcimento?
Una volta raccolta la documentazione medica e redatta la perizia medico-legale, la maggior parte dei casi evidenti — come lo shock emorragico da lesione dell’arteria iliaca o dell’aorta — si risolve tramite trattativa stragiudiziale o mediazione obbligatoria / Accertamento Tecnico Preventivo (ATP) senza dover attendere i tempi di un processo ordinario, con tempistiche medie che vanno dai 6 ai 18 mesi.
30. Posso rivolgermi al Tribunale del Malato anche se l’ospedale si trova in un’altra regione d’Italia?
Certamente. Il Tribunale del Malato (www.tribunaledelmalato.org) opera su tutto il territorio nazionale, assistendo pazienti e famiglie dalla Lombardia alla Sicilia. Tutta la documentazione medica può essere inviata comodamente in formato digitale o telematico, garantendo l’intervento di specialisti e legali altamente qualificati nel foro competente senza costringere i familiari a inutili spostamenti.
Non lasciare che il silenzio o le difficoltà economiche cancellino i tuoi diritti
La perdita di un familiare o un danno permanente causato da una lesione dell’arteria iliaca o dell’aorta durante un intervento alla schiena non è una fatalità da accettare con rassegnazione. Fare chiarezza su quanto accaduto in quella sala operatoria è un atto di giustizia verso chi non c’è più e una tutela concreta per il futuro della tua famiglia. Contatta oggi stesso il Tribunale del Malato sul sito ufficiale www.tribunaledelmalato.org per richiedere una valutazione medico-legale gratuita e senza alcun impegno: i nostri specialisti analizzeranno il tuo caso e ti difenderanno fino all’ottenimento del risarcimento, senza alcun anticipo di spesa.