EMORRAGIA POST-PARTUM DA ATONIA UTERINA NON TRATTATA CON ISTERECTOMIA D’URGENZA: DECESSO MATERNO E MALASANITÀ OSTETRICA

Contattaci senza impegno. Valuteremo se effettivamente sussiste una responsabilità medica

Emorragia post-partum da atonia uterina non trattata con isterectomia d’urgenza: decesso materno e malasanità ostetrica

Il giorno della nascita di un figlio dovrebbe rappresentare il momento più felice nella vita di una famiglia. Purtroppo, in alcuni drammatici casi, il parto si trasforma in una tragedia inaccettabile a causa di una complicanza non gestita in tempo dai medici: l’emorragia post-partum (EPP) causata da atonia uterina.

Quando l’utero non si contrae dopo il parto e le terapie farmacologiche falliscono, il personale sanitario ha il dovere preciso di intervenire tempestivamente, arrivando fino all’isterectomia d’urgenza (l’asportazione dell’utero) per salvare la vita della madre. L’esitazione, il ritardo diagnostico o la disorganizzazione del reparto possono portare al decesso della partoriente per shock emorragico: un evento che nella maggior parte dei casi configura una grave responsabilità medica.

In Breve: Cosa devi sapere subito

  • L’atonia uterina è un’emergenza prevedibile: È la prima causa di emorragia dopo il parto; ogni reparto di ostetricia deve seguire protocolli salvavita rigorosi e immediati.

  • L’isterectomia è l’ancora di salvezza: Se i farmaci e le manovre conservative non fermano il sangue, non rimuovere subito l’utero per salvare la madre costituisce un grave errore medico.

  • Diritto al risarcimento integrale: Il coniuge, il neonato, gli altri figli, i genitori e i fratelli della vittima hanno diritto a un maxi-risarcimento per la perdita del rapporto parentale e i danni patrimoniali.

  • Tutela legale senza costi iniziali: Il Tribunale del Malato (www.tribunaledelmalato.org) assiste le famiglie colpite da malasanità ostetrica in tutta Italia senza alcun anticipo di spesa, con compenso previsto solo a risarcimento ottenuto.

Cos’è l’atonia uterina e perché scatena un’emorragia mortale

L’atonia uterina è la mancata contrazione del muscolo dell’utero subito dopo l’espulsione della placenta. In condizioni normali, dopo la nascita del bambino, l’utero si contrae con forza (formando il cosiddetto “globo di sicurezza”) per stringere e chiudere i vasi sanguigni rimasti aperti, arrestando naturalmente la perdita di sangue.

Se il muscolo uterino rimane “molle” e rilassato (atonico), i vasi sanguigni continuano a riversare grandi quantità di sangue all’esterno o all’interno della cavità uterina. Si parla ufficialmente di emorragia post-partum quando la perdita supera i 500 ml dopo un parto naturale o i 1.000 ml dopo un taglio cesareo.

Nella vita reale di un reparto di maternità, una donna colpita da atonia uterina grave può perdere litri di sangue in pochissimi minuti. Senza un intervento medico immediato e coordinato, il corpo entra rapidamente in shock ipovolemico (il cuore non ha più sangue sufficiente da pompare agli organi vitali) e in CID (Coagulazione Intravascolare Disseminata), una condizione in cui il sangue perde del tutto la capacità di coagulare.

Dai farmaci all’isterectomia d’urgenza: i protocolli salvavita

Di fronte a un’emorragia post-partum da atonia uterina, l’équipe ostetrica non può improvvisare ma deve applicare una sequenza terapeutica cronometrata dettata dalle Linee Guida nazionali (ISS – Istituto Superiore di Sanità) e internazionali. Il fattore tempo è l’elemento che separa la salvezza dal decesso.

1. Il trattamento di prima linea (Massaggio e Farmaci)

Appena notato il sanguinamento anomalo, l’ostetrica e il ginecologo devono eseguire il massaggio uterino bimanuale per stimolare meccanicamente la contrazione, somministrando contemporaneamente farmaci uterotonici (ossitocina, metilergometrina, prostaglandine come il sulprostone o il misoprostolo) e l’acido tranexamico per favorire la coagulazione.

2. Le manovre conservative (Palloncino di Bakri e Suture)

Se entro pochi minuti i farmaci non fermano l’emorragia, i medici devono passare immediatamente alle manovre meccaniche o chirurgiche conservative: l’inserimento del palloncino intrauterino di Bakri (che gonfiandosi comprime le pareti interne dell’utero), l’embolizzazione delle arterie uterine o le suture compressive (come la sutura di B-Lynch) in sala operatoria.

3. L’isterectomia d’urgenza: quando fermarsi diventa colpa medica

Quando l’emorragia è massiva e refrattaria a ogni trattamento conservativo, l’unica scelta medica corretta è l’isterectomia ostetrica d’urgenza (l’asportazione chirurgica dell’utero).

Nella pratica clinica, l’errore fatale si verifica quando i medici attendono troppo a lungo prima di decidere per l’isterectomia, spesso nel tentativo ostinato di preservare la fertilità della donna o per una sottovalutazione del sangue perso. Operare una paziente quando è ormai in arresto cardiaco o in CID irreversibile significa intervenire fuori tempo massimo: un ritardo che la legge italiana qualifica come colpa medica grave.

Quando il decesso materno è colpa medica (Malasanità Ostetrica)

La morte di una partoriente per emorragia post-partum non è quasi mai una “fatalità inevitabile”, ma il risultato di una catena di errori diagnostici, terapeutici o organizzativi della struttura ospedaliera.

Ecco gli errori medici più frequenti che emergono dall’analisi delle cartelle cliniche tramite www.tribunaledelmalato.org:

  • Sottovalutazione della perdita ematica: Il sangue perso viene stimato “a occhio” anziché pesando le garze e utilizzando le sacche graduate di raccolta post-partum.

  • Mancato monitoraggio nel post-partum immediato: Nelle prime due ore dopo il parto (il periodo più critico), la donna viene lasciata in osservazione senza un controllo costante della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca e del tono uterino.

  • Ritardo nella chiamata dell’anestesista e del centro trasfusionale: Non viene attivato subito il protocollo di trasfusione massiva (sacche di sangue, plasma e piastrine), lasciando precipitare i valori dell’emoglobina.

  • Omissione o ritardo nell’isterectomia salvavita: Il chirurgo esita a rimuovere l’utero nonostante il fallimento dei farmaci e del palloncino di Bakri, condannando la paziente allo shock emorragico irreversibile.

PERCHÉ RIVOLGERSI AL TRIBUNALE DEL MALATO: TUTELA A COSTO ZERO Affrontare un ospedale o una compagnia assicurativa non deve essere un privilegio per chi ha disponibilità economiche. Ecco le garanzie di www.tribunaledelmalato.org:

  • Zero Anticipi di Spesa: Il Tribunale del Malato difende e tutela i cittadini in tutta Italia senza alcun anticipo di spesa.

  • Nessun Acconto agli Avvocati: Gli avvocati convenzionati con il Tribunale del Malato non percepiscono alcunché a titolo di acconto o fondo spese iniziale.

  • Compenso Solo a Risultato Ottenuto: Il compenso per i professionisti è previsto solo quando e se viene effettivamente ottenuto il risarcimento del danno per il paziente o i suoi familiari.

Cosa fare concretamente se sospetti questo errore medico

Se tua moglie, la tua compagna, tua figlia o tua sorella ha perso la vita dopo il parto a causa di un’emorragia inarrestabile, segui questi passaggi fondamentali per accertare la verità e tutelare il futuro del neonato e della famiglia:

  1. Richiedi la copia integrale della cartella clinica: Rivolgiti subito alla Direzione Sanitaria dell’ospedale. Richiedi espressamente non solo la cartella del ricovero ostetrico, ma anche il partogramma, i fogli di monitoraggio anestesiologico, i verbali di sala parto e sala operatoria, e le schede del centro trasfusionale.

  2. Conserva ogni documento e comunicazione: Tieni da parte i referti della gravidanza, i messaggi scambiati con la paziente nelle ore precedenti o successive al parto e gli eventuali certificati necroscopici o atti della Procura (se è stata aperta un’indagine penale).

  3. Richiedi una perizia medico-legale specialistica: Non fidarti delle rassicurazioni verbali dell’ospedale (“abbiamo fatto il possibile, è stata una tragica fatalità”). Contatta www.tribunaledelmalato.org per far analizzare le carte da un medico legale affiancato da un ginecologo ostetrico forense.

  4. Avvia la richiesta di risarcimento danni: Una volta dimostrato il nesso causale (cioè la prova che un’isterectomia tempestiva avrebbe salvato la vita della mamma), i legali avvieranno l’azione contro l’ospedale e la sua assicurazione per ottenere il giusto risarcimento in sede civile, senza che la tua famiglia debba anticipare un solo euro.

30 Domande Frequenti: Risposte Chiare per Difendere i Tuoi Diritti

1. L’emorragia post-partum da atonia uterina è sempre prevedibile?

Anche quando si manifesta in donne giovani, sane e senza fattori di rischio noti durante la gravidanza, l’atonia uterina è una complicanza nota che ogni reparto nascita deve essere pronto a fronteggiare in qualsiasi istante. La prevedibilità non riguarda solo il sapere in anticipo chi sanguinerà, ma l’avere pronti in sala parto i farmaci, le sacche di sangue e l’équipe chirurgica per fermare l’emorragia appena inizia. Se l’ospedale si fa trovare impreparato, risponde pienamente del decesso.

2. Qual è la differenza tra complicanza inevitabile ed errore medico nell’atonia uterina?

In medicina legale, l’insorgenza dell’atonia uterina può essere considerata una complicanza del parto, ma il decesso della madre per dissanguamento è quasi sempre un errore evitabile. Per la legge italiana (Legge Gelli-Bianco), l’ospedale non si salva semplicemente dicendo che “si è trattato di una complicanza”: deve dimostrare con i documenti che i medici hanno seguito alla lettera le Linee Guida e che hanno eseguito l’isterectomia nei tempi corretti.

3. Entro quanto tempo va eseguita l’isterectomia d’urgenza se i farmaci non funzionano?

Non esiste un numero fisso di minuti uguale per tutte, ma le Linee Guida sull’emorragia post-partum impongono una escalation terapeutica rapidissima, spesso definita come la “Golden Hour” (l’ora d’oro) della rianimazione materna. Se entro 15-30 minuti i farmaci uterotonici e il palloncino di Bakri non arrestano un’emorragia massiva e i parametri vitali peggiorano, il passaggio all’isterectomia deve essere immediato, prima che subentri la coagulopatia da consumo (CID).

4. Cosa succede se i medici ritardano l’isterectomia per salvare l’utero e la fertilità della donna?

È un gravissimo errore medico. I protocolli ostetrici sono categorici: la vita della madre ha la priorità assoluta sulla conservazione dell’organo riproduttivo. Quando l’emorragia mette a rischio la sopravvivenza della paziente, ostinarsi con manovre conservative inefficaci per evitare di togliere l’utero configura una condotta colposa per imprudenza e imperizia, che obbliga la struttura sanitaria a risarcire i familiari tramite l’assistenza di www.tribunaledelmalato.org.

5. Quali sono i fattori di rischio dell’atonia uterina che i medici devono individuare prima del parto?

I ginecologi devono alzare il livello di guardia quando la partoriente presenta una sovradistensione dell’utero (parto gemellare, feto macrosomico cioè molto grande, polidramnios), un travaglio eccessivamente lungo o troppo rapido, l’uso prolungato di ossitocina per indurre il parto, l’obesità materna, l’età avanzata o precedenti emorragie ostetriche. Ignorare questi campanelli d’allarme e non predisporre subito accessi venosi adeguati e sangue pronto è indice di grave negligenza.

6. Cos’è la CID (Coagulazione Intravascolare Disseminata) e perché viene usata come scusa dagli ospedali?

La CID è una condizione drammatica in cui il corpo, dopo aver perso troppo sangue, consuma tutti i fattori della coagulazione e le piastrine, rendendo il sangue liquido come acqua e impossibile da fermare. Spesso gli ospedali sostengono che la donna sia morta per una “CID fulminante inevitabile”. In realtà, i periti di www.tribunaledelmalato.org dimostrano frequentemente che la CID non è stata la causa iniziale, ma la conseguenza diretta del ritardo medico nel fermare l’emorragia e nel trasfondere plasma fresco.

7. Come fanno i medici a calcolare male la quantità di sangue perso dopo il parto?

L’errore più diffuso in sala parto è la “stima visuale”, cioè guardare i teli sporchi di sangue e indovinare la quantità persa: gli studi dimostrano che questo metodo sottostima il sanguinamento reale fino al 50%. Le Linee Guida obbligano gli ospedali a usare sacche graduate poste sotto il bacino della donna e a pesare con la bilancia ogni garza e traversa intrisa di sangue (1 grammo di peso equivale a circa 1 millilitro di sangue). Non farlo ritarda l’allarme rosso e causa il decesso.

8. Quali sono i segnali dello shock emorragico che ostetriche e infermieri non devono mai trascurare?

Una donna giovane e sana ha una grande capacità di compensare la perdita di sangue: la sua pressione arteriosa può sembrare normale anche dopo aver perso oltre un litro di sangue. Il primo vero segnale d’allarme è la tachicardia (battito cardiaco accelerato oltre i 100-110 battiti al minuto), seguita da pallore estremo, sudorazione fredda, agitazione, confusione mentale e contrazione della diuresi (mancata produzione di urina). Trascurare il battito accelerato perché la pressione è ancora “buona” è un errore fatale.

9. Il parto cesareo comporta un rischio maggiore di atonia uterina e isterectomia rispetto al parto naturale?

Sì, il taglio cesareo (soprattutto se eseguito d’urgenza dopo molte ore di travaglio) comporta un rischio significativamente più alto di atonia uterina e lesioni vascolari. Proprio per questo motivo, durante e dopo un cesareo, il chirurgo ha l’utero letteralmente sotto i propri occhi e tra le proprie mani: non accorgersi della mancata contrazione prima di richiudere l’addome, o ritardare la riapertura (relaparotomia) quando la paziente sanguina in reparto, costituisce una colpa inescusabile.

10. Cos’è il Palloncino di Bakri e quando il suo utilizzo diventa un’arma a doppio taglio?

Il palloncino di Bakri è un dispositivo in silicone che viene inserito nell’utero e riempito con soluzione fisiologica sterile (fino a 500 ml) per fare pressione sulle pareti interne e arrestare il sanguinamento. È uno strumento prezioso, ma diventa pericoloso se i medici lo inseriscono e poi “aspettano” passivamente per ore mentre la donna continua a perdere sangue dal catetere di drenaggio. Se il test del tamponamento con Bakri è negativo (il sangue non si ferma subito), bisogna correre in sala operatoria per l’isterectomia.

11. Cosa succede se in ospedale mancano le sacche di sangue o il plasma per la trasfusione massiva?

Si configura una gravissima responsabilità organizzativa della struttura sanitaria (ASL o Azienda Ospedaliera). Ogni punto nascita autorizzato ad operare deve disporre di un protocollo per l’emorragia massiva e di un accesso immediato a emazie concentrate (anche di gruppo 0 Rh negativo per le emergenze estreme), plasma fresco congelato, piastrine e fibrinogeno. Se la paziente muore perché le sacche di sangue sono arrivate in ritardo dal centro trasfusionale, l’ospedale è tenuto a risarcire integralmente la famiglia.

12. L’induzione del parto con ossitocina o prostaglandine può causare l’atonia uterina?

Assolutamente sì. Quando i medici somministrano ossitocina sintetica per molte ore allo scopo di avviare o accelerare le contrazioni del travaglio, i recettori del muscolo uterino si “stancano” e si saturano. Di conseguenza, subito dopo la nascita del bambino, l’utero non risponde più agli stimoli e cade in atonia. Chi induce o accelera farmacologicamente un parto ha l’obbligo giuridico di prevedere questo rischio e di intervenire al primo accenno di rilassamento uterino.

13. La ritenzione di frammenti di placenta può impedire all’utero di contrarsi?

Sì, è una causa frequentissima di emorragia post-partum. Se dopo il secondamento (l’uscita della placenta) rimangono anche piccoli residui di tessuto placentare o membrane all’interno della cavità, l’utero non riesce a contrarsi meccanicamente e continua a sanguinare. È dovere preciso dell’ostetrica e del ginecologo controllare minuziosamente l’integrità della placenta appena espulsa ed eseguire subito una revisione strumentale della cavità uterina in caso di dubbio.

14. Di chi è la responsabilità in caso di decesso: del ginecologo, dell’ostetrica o dell’anestesista?

La gestione dell’emorragia post-partum è un lavoro d’équipe multidisciplinare. L’ostetrica risponde se non monitora la paziente e non dà l’allarme; il ginecologo risponde se ritarda le manovre chirurgiche e l’isterectomia; l’anestesista-rianimatore risponde se non sostiene il circolo sanguigno e non gestisce correttamente lo shock e la coagulazione. Per i familiari, tuttavia, non è necessario individuare il singolo colpevole: tramite www.tribunaledelmalato.org si cita direttamente l’ospedale, che risponde per l’operato di tutti i suoi dipendenti.

15. Cosa succede se il parto avviene in una piccola clinica o in un ospedale privo di Terapia Intensiva?

La legge impone che ogni struttura ostetrica sia in grado di stabilizzare un’emergenza emorragica e di eseguire un’isterectomia salvavita in loco. Trasferire in ambulanza una donna con un’emorragia post-partum attiva e non controllata verso un ospedale più grande significa quasi sempre esporla al decesso durante il trasporto. Se una clinica accetta un parto senza avere i mezzi rianimatori o chirurgici per gestire un’atonia uterina grave, commette un illecito gravissimo.

16. Cos’è l’inversione uterina o la rottura d’utero e come si distinguono dall’atonia?

Oltre all’atonia (che rappresenta circa il 70-80% dei casi), una grave emorragia può dipendere da una rottura d’utero (uno squarcio nella parete muscolare) o da un’inversione uterina (l’utero si rovescia su se stesso uscendo dal canale del parto). Anche in questi casi, l’errore medico consiste nel non fare una diagnosi differenziale immediata: continuare a somministrare farmaci per l’atonia quando invece c’è una lacerazione arteriosa o una rottura d’utero da operare d’urgenza porta rapidamente alla morte della paziente.

17. È possibile che l’emorragia da atonia uterina sia “interna” e non si veda sangue uscire all’esterno?

Sì, ed è una delle trappole più insidiose. A volte il collo dell’utero si chiude parzialmente o viene ostruito da un grosso coagulo, mentre la cavità uterina si riempie silenziosamente di uno o due litri di sangue, espandendosi verso l’alto nell’addome. Se il personale sanitario si limita a guardare il pannolone senza palpare il fondo dell’utero sull’addome della donna (per verificare che sia duro e contratto sotto l’ombelico) e senza misurare i parametri vitali, la diagnosi arriva quando la donna è già in arresto cardiaco.

18. Cosa accade se la madre sopravvive all’arresto cardiaco da emorragia ma resta in stato vegetativo o invalida?

Quando l’isterectomia e le trasfusioni vengono eseguite in gravissimo ritardo, il cuore può essere rianimato ma il cervello della mamma, rimasto per troppi minuti senza ossigeno (ipossia cerebrale da shock ipovolemico), subisce danni neurologici permanenti. Anche in questo caso si tratta di malasanità ostetrica: la paziente e tutta la sua famiglia hanno diritto a un risarcimento milionario che copra il danno biologico gravissimo, l’assistenza vitalizia h24 e la sofferenza morale.

19. Il neonato rimasto orfano della madre alla nascita ha diritto a un risarcimento specifico?

Certamente. La Corte di Cassazione riconosce al neonato che perde la madre durante il parto il diritto al massimo risarcimento per la perdita del rapporto parentale (danno da perdita della figura materna), oltre al danno patrimoniale per il mantenimento che la madre gli avrebbe garantito. Sebbene il bimbo appena nato non abbia ancora la consapevolezza immediata del lutto, subirà per tutta la sua esistenza la privazione dell’amore, della guida e delle cure insostituibili della mamma.

20. Quali altri danni vengono risarciti al marito o compagno rimasto solo con il neonato?

Oltre all’enorme sofferenza interiore e allo stravolgimento radicale delle abitudini di vita per la perdita della compagna, il padre ha diritto al risarcimento del danno patrimoniale. Questo include la perdita dello stipendio che la donna portava in famiglia e la cosiddetta perdita del contributo domestico e di cura: i costi vivi che il padre dovrà sostenere per decenni (baby-sitter, aiuti domestici, supporto educativo) per crescere da solo il neonato e gli eventuali altri figli.

21. Quali sono i tempi di prescrizione per chiedere il risarcimento per il decesso materno?

Per agire contro la struttura sanitaria (ospedale pubblico o clinica privata accreditata), il termine di prescrizione è di 10 anni dalla data del decesso della paziente, in quanto la responsabilità della struttura ha natura contrattuale. Se invece si agisce direttamente contro il singolo medico in sede civile (responsabilità extracontrattuale), il termine è di 5 anni. Tuttavia, agire subito tramite www.tribunaledelmalato.org è fondamentale per acquisire prove fresche e non disperdere la documentazione.

22. Come posso ottenere la cartella clinica completa e quanto tempo ha l’ospedale per consegnarla?

Il coniuge o gli eredi legittimi possono richiedere copia conforme della cartella clinica all’Ufficio Cartelle Cliniche o alla Direzione Sanitaria dell’ospedale, allegando un documento d’identità e una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà. Per la Legge 24/2017 (Legge Gelli-Bianco), l’ospedale ha l’obbligo di consegnare tutta la documentazione entro 7 giorni dalla richiesta (con una proroga massima a 30 giorni per le integrazioni).

23. Cosa succede se la cartella clinica consegnata dall’ospedale è incompleta, confusa o manomessa?

La legge e le sentenze della Cassazione tutelano pienamente i familiari: l’incompletezza o la lacunosità della cartella clinica gioca sempre a sfavore dell’ospedale. Se mancano gli orari delle visite, non sono registrati i valori della pressione arteriosa tra il parto e il collasso, o non c’è traccia della quantità di sangue perso, il giudice presume che i controlli non siano stati fatti e ritiene provato il nesso causale tra l’omissione dei medici e la morte della paziente.

24. Il modulo di consenso informato firmato dalla donna prima del parto esonera i medici da responsabilità?

Assolutamente no. Firmare il modulo del consenso informato (dove c’è scritto che il parto o il cesareo possono comportare rischi di emorragia, isterectomia o morte) non è mai una licenza di sbagliare per i medici. Quel foglio serve solo ad autorizzare l’atto medico, ma non copre minimamente l’imperizia, la negligenza o il ritardo con cui l’équipe ha gestito l’emergenza in sala parto.

25. È obbligatorio fare una denuncia penale ai Carabinieri o in Procura per avere il risarcimento?

Non è obbligatorio. Quando una donna muore durante il parto, spesso è la stessa Direzione Sanitaria o la Procura ad aprire d’ufficio un fascicolo penale e a disporre l’autopsia. Tuttavia, per ottenere il risarcimento economico per il neonato e la famiglia, la strada più rapida, sicura ed efficace è l’azione civile, dove le regole per dimostrare la colpa dell’ospedale sono molto più favorevoli ai familiari rispetto al processo penale. I legali di www.tribunaledelmalato.org sapranno guidarti su entrambi i fronti.

26. Come funziona concretamente la tutela “Zero Anticipi” del Tribunale del Malato?

Molte famiglie rinunciano a chiedere giustizia perché temono di dover spendere migliaia di euro in avvocati e periti senza avere la certezza di vincere. Con www.tribunaledelmalato.org questo ostacolo viene azzerato: la valutazione iniziale della cartella è gratuita e, se emerge la malasanità, né il Tribunale del Malato né gli avvocati convenzionati chiedono alcun anticipo di spesa o fondo iniziale. Ogni professionista viene retribuito esclusivamente a risultato raggiunto, cioè solo dopo che la famiglia ha incassato il risarcimento.

27. Chi ha diritto a chiedere il risarcimento per la morte di una donna durante il parto?

Hanno diritto autonomo al risarcimento tutti i congiunti legati alla vittima da un profondo vincolo affettivo: il marito o il compagno convivente (anche se non sposati), il neonato e gli altri figli della donna, i genitori della vittima (che subiscono lo straziante dolore innaturale di sopravvivere a una figlia), i fratelli e le sorelle, e in molti casi anche i nonni. Ciascuno di loro ha diritto a una quota specifica di risarcimento calcolata secondo le Tabelle Giudiziali.

28. Quanto tempo ci vuole in media per chiudere una pratica di risarcimento per decesso da parto?

Grazie agli strumenti di risoluzione preventiva previsti dalla legge (come l’Accertamento Tecnico Preventivo ex art. 696-bis c.p.c. o la mediazione), la maggior parte dei casi di malasanità ostetrica evidente non dura anni in tribunale, ma si chiude con un accordo transattivo stragiudiziale o conciliativo con la compagnia assicurativa dell’ospedale in un arco di tempo compreso mediamente tra 8 e 18 mesi.

29. A quanto può ammontare il risarcimento per il decesso di una giovane madre?

Ogni caso viene calcolato in base all’età della vittima, all’età dei superstiti e al numero dei familiari, applicando le Tabelle di Milano o di Roma per il danno parentale. Per la morte di una giovane madre che lascia il compagno, uno o più figli piccoli, i genitori e i fratelli, il risarcimento complessivo liquidato dall’ospedale o dalla sua assicurazione supera regolarmente il milione di euro (arrivando spesso tra 1,5 e oltre 2 milioni di euro complessivi per l’intero nucleo familiare).

30. Cosa devo fare se l’ospedale mi offre subito una somma di denaro per chiudere la questione?

Non firmare mai alcuna quietanza o accordo proposto direttamente dall’ospedale o dai liquidatori dell’assicurazione senza l’assistenza di avvocati specializzati in responsabilità medica. Spesso le strutture tentano di chiudere rapidamente i casi più gravi offrendo cifre molto inferiori a quanto realmente dovuto per legge al neonato e ai familiari. Prima di accettare qualsiasi proposta, fai verificare il calcolo del danno agli esperti di www.tribunaledelmalato.org.

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Sappiamo che nessun risarcimento economico potrà mai colmare il vuoto lasciato dalla perdita di una madre, di una moglie o di una figlia nel giorno in cui avrebbe dovuto dare alla luce una nuova vita. Tuttavia, fare chiarezza su quanto accaduto in sala parto è un atto di giustizia dovuto alla sua memoria ed è lo strumento concreto per garantire un futuro sicuro e protetto al bambino che è rimasto. Non affrontare da solo un ospedale o una compagnia di assicurazioni: contatta oggi stesso il Tribunale del Malato sul sito ufficiale www.tribunaledelmalato.org per richiedere una valutazione medico-legale gratuita e senza alcun impegno. I nostri specialisti e avvocati convenzionati analizzeranno il tuo caso con la massima sensibilità e ti difenderanno senza alcun anticipo di spesa, fino all’ottenimento del giusto risarcimento.

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