
Dimissione dal Pronto Soccorso con diagnosi errata di colica renale: decesso per infarto miocardico e risarcimento eredi
Accompagnare una persona cara al Pronto Soccorso per un dolore lancinante a schiena, fianco o addome, vederla tornare a casa rassicurata con una diagnosi di semplice colica renale e un antidolorifico, e perderla poche ore dopo per un infarto miocardico acuto. È uno choc devastante, un tradimento della fiducia riposta in chi avrebbe dovuto salvarle la vita.
Quando un infarto cosiddetto “atipico” viene scambiato per una colica in Pronto Soccorso senza eseguire i controlli salvavita obbligatori, non ci troviamo di fronte a una tragica fatalità, ma a un grave errore medico per omessa diagnosi. In questi casi, la legge tutela i familiari della vittima riconoscendo il diritto a un integrale risarcimento dei danni.
In Breve: Cosa devi sapere subito
L’errore medico: Scambiare un infarto (specialmente della parete inferiore del cuore) per una colica renale o biliare senza aver eseguito elettrocardiogramma (ECG) ed enzimi cardiaci (troponina) costituisce una grave negligenza medica.
La responsabilità: L’ospedale risponde civilmente del decesso se il paziente è stato dimesso prematuramente con una diagnosi superficiale, privandolo delle cure salvavita (come l’angioplastica d’urgenza).
I diritti dei familiari: Coniuge, figli, genitori, fratelli e conviventi hanno diritto a un risarcimento milionario per la perdita del rapporto parentale e per i danni subiti dal proprio caro prima di morire.
La tutela senza costi anticipati: Attraverso il Tribunale del Malato (www.tribunaledelmalato.org) è possibile far analizzare il caso e ottenere giustizia in tutta Italia senza alcun anticipo di spesa e pagando i professionisti solo a risarcimento ottenuto.
Perché un infarto può essere scambiato per una colica renale in Pronto Soccorso?
Un infarto miocardico può essere confuso con una colica renale o addominale perché non tutti gli infarti si manifestano con il classico dolore al petto e al braccio sinistro. Esistono forme di sofferenza cardiaca che irradiano il dolore verso l’addome, lo stomaco, i fianchi e la zona lombare della schiena.
Nella pratica clinica quotidiana, questo accade molto spesso con l’infarto miocardico a sede inferiore o posteriore (o ancora più gravemente con la dissezione dell’aorta). Il muscolo cardiaco che soffre poggia sul diaframma, vicinissimo agli organi digestivi e ai nervi che corrono lungo la schiena.
Un paziente che arriva al Pronto Soccorso lamentando un dolore acuto al fianco o alla bassa schiena, magari accompagnato da sudorazione fredda, nausea, vomito o senso di svenimento, sta lanciando segnali d’allarme precisi. Se il medico del Pronto Soccorso si ferma alle apparenze, somministra un antidolorifico (che maschera i sintomi senza curare la causa) e dimette il paziente senza indagare il cuore, commette un errore diagnostico inaccettabile.
I protocolli medici violati: quali esami dovevano essere fatti prima della dimissione?
Prima di dimettere qualsiasi paziente adulto con un dolore acuto al torace, all’addome o alla schiena, le linee guida mediche internazionali impongono di escludere le patologie potenzialmente mortali (la cosiddetta diagnosi differenziale). L’errore medico si concretizza quando l’ospedale omette tre passaggi fondamentali:
Elettrocardiogramma (ECG) immediato: È un esame rapido, economico e non invasivo che deve essere eseguito entro 10 minuti dall’accesso al Triage in presenza di dolori sospetti o sintomi vagali (nausea, sudorazione).
Dosaggio seriato della Troponina (Enzimi Cardiaci): Spesso un primo esame del sangue o un primo ECG possono risultare dubbi. I protocolli impongono di trattenere il paziente in osservazione e ripetere il prelievo della troponina a distanza di 3-6 ore per verificare se c’è un danno cardiaco in corso.
Ecografia di controllo ed esame delle urine: Per diagnosticare con certezza una colica renale servono riscontri oggettivi (presenza di sangue nelle urine o visualizzazione del calcolo/dilatazione renale all’ecografia). Diagnosticare una colica “a occhio” è pura imprudenza.
Quando la dimissione affrettata dà diritto al risarcimento per gli eredi?
Il diritto al risarcimento scatta quando viene dimostrato il nesso causale (cioè il legame diretto di causa-effetto) tra la dimissione sbagliata e la morte del paziente. In parole semplici: bisogna dimostrare che, se i medici avessero trattenuto il paziente in ospedale facendo gli esami corretti, l’infarto sarebbe stato scoperto e curato in tempo, salvandogli la vita.
Oggi la cardiologia interventistica dispone di procedure straordinarie, come la coronarografia seguita da angioplastica primaria (l’inserimento di uno stent per riaprire l’arteria chiusa). Se eseguita tempestivamente in ospedale, questa procedura riduce la mortalità dell’infarto a percentuali bassissime.
Rimandare a casa un paziente con un infarto in corso significa invece condannarlo a subire un arresto cardiaco tra le mura domestiche, lontano dai defibrillatori e dalle sale di emodinamica. Secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione, quando la negligenza del Pronto Soccorso priva il paziente di altissime probabilità di sopravvivenza, la struttura sanitaria è obbligata a risarcire integralmente la famiglia.
PERCHÉ RIVOLGERSI AL TRIBUNALE DEL MALATO: TUTELA A COSTO ZERO Affrontare un ospedale o una compagnia assicurativa non deve essere un privilegio per chi ha disponibilità economiche. Ecco le garanzie di www.tribunaledelmalato.org:
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Compenso Solo a Risultato Ottenuto: Il compenso per i professionisti è previsto solo quando e se viene effettivamente ottenuto il risarcimento del danno per il paziente o i suoi familiari.
Quali danni vengono risarciti ai familiari della vittima?
Quando un paziente perde la vita a causa di una diagnosi errata al Pronto Soccorso, l’ospedale (o la sua compagnia di assicurazione) deve liquidare diverse voci di danno a ciascuno dei congiunti (coniuge o convivente, figli, genitori, fratelli e sorelle, nipoti).
1. Danno da perdita del rapporto parentale (Iure Proprio)
È il danno più importante e spetta direttamente ai familiari per la sofferenza interiore, il vuoto incolmabile e lo sconvolgimento delle abitudini di vita causati dalla scomparsa improvvisa del proprio caro. Viene calcolato in base alle Tabelle dei Tribunali (Milano o Roma) e può raggiungere cifre comprese tra 180.000 euro e oltre 350.000 euro per ciascun familiare stretto (coniuge, ciascun figlio, ciascun genitore).
2. Danno terminale o catastrofale (Iure Hereditatis)
È il danno sofferto direttamente dalla vittima nelle ore intercorse tra le dimissioni dal Pronto Soccorso e il momento del decesso. Chi muore per un infarto non diagnosticato vive spesso ore di agonia fisica e lucida paura di morire. Questo diritto al risarcimento matura in capo al paziente e si trasmette in eredità ai suoi familiari.
3. Danno patrimoniale (Perdita del contributo economico)
Se la persona deceduta contribuiva con il proprio stipendio o con la propria pensione al mantenimento della famiglia (coniuge e figli), l’ospedale deve risarcire anche la perdita economica futura che il nucleo familiare subirà negli anni a venire, oltre a tutte le spese funerarie sostenute.
Cosa fare concretamente se sospetti questo errore medico: Guida Pratica in 4 Passi
Se un tuo familiare è deceduto per infarto o arresto cardiaco poco dopo essere stato dimesso dal Pronto Soccorso con una diagnosi di colica renale, lombalgia o indigestione, è fondamentale muoversi con lucidità seguendo questi passaggi:
Recupera tutta la documentazione del Pronto Soccorso: Conserva il verbale di Pronto Soccorso consegnato alle dimissioni, la scheda di Triage, gli eventuali esami del sangue o tracciati effettuati, e il foglio di intervento del 118 se è stata chiamata l’ambulanza a casa.
Richiedi la copia integrale della cartella clinica: Se c’è stato un secondo accesso in ospedale o un tentativo di rianimazione, presenta formale richiesta di accesso agli atti alla Direzione Sanitaria per ottenere tutta la documentazione medica, inclusi i tracciati ECG originali e il registro delle somministrazioni farmacologiche.
Acquisisci il certificato necroscopico o l’esito dell’autopsia: Se è stato effettuato un riscontro diagnostico (autopsia ospedaliera) o un esame autoptico disposto dalla Procura, richiedine gli esiti. Anche in assenza di autopsia, la sequenza temporale ravvicinata tra dimissione e arresto cardiaco è un elemento probatorio fortissimo.
Affidati a specialisti per la perizia medico-legale e cardiologica: Non inviare lettere di reclamo generiche all’ospedale da solo. Contatta subito www.tribunaledelmalato.org per far esaminare le carte a un collegio composto da un medico legale e uno specialista in cardiologia/medicina d’urgenza, attivando la procedura di risarcimento senza anticipare alcun costo.
20 Domande Frequenti: Risposte Chiare per Difendere i Tuoi Diritti
1. Come è possibile che un medico di Pronto Soccorso confonda un infarto con una colica renale?
Avviene quando il medico si affida a una visita superficiale senza applicare i protocolli di diagnosi differenziale. L’infarto inferiore o la sindrome coronarica acuta possono provocare un dolore irradiato alla schiena, al fianco o allo stomaco, identico a una colica. Tuttavia, un medico esperto sa che non ci si può mai fermare alla sola localizzazione del dolore senza prima escludere con esami strumentali un problema cardiaco o aortico.
2. La somministrazione di un antidolorifico in Pronto Soccorso può aver peggiorato la situazione?
Assolutamente sì. Somministrare potenti antidolorifici o antispastici (come Toradol, Buscopan o oppiacei) in Pronto Soccorso senza aver prima capito l’origine del dolore è un grave errore clinico. Il farmaco spegne temporaneamente il sintomo del dolore dando al paziente l’illusione di stare meglio, ma nel frattempo l’infarto continua a distruggere il muscolo cardiaco fino all’arresto fatale una volta tornati a casa.
3. Se al Pronto Soccorso avevano fatto un solo elettrocardiogramma ed era normale, l’ospedale è comunque responsabile?
Sì, la responsabilità permane nella maggioranza dei casi. Un singolo elettrocardiogramma eseguito nelle fasi iniziali può non mostrare subito i segni dell’infarto (specialmente nell’infarto NSTEMI). I protocolli medici impongono di associare sempre all’ECG il dosaggio della troponina nel sangue e di trattenere il paziente per ripetere i controlli dopo alcune ore; dimetterlo subito dopo un solo tracciato è una grave imprudenza.
4. Cosa succede se sul verbale di dimissioni c’è scritto che il dolore era “passato” prima di tornare a casa?
Il fatto che il dolore si sia attenuato dopo una flebo di antidolorifico non scagiona affatto i medici del Pronto Soccorso. Anzi, conferma che l’effetto del farmaco ha coperto i sintomi dell’ischemia cardiaca. La dimissione in sicurezza richiede parametri oggettivi (esami ematochimici negativi, ecografia che confermi il calcolo renale, curva enzimatica stabile), non la semplice riduzione momentanea del dolore.
5. È possibile ottenere il risarcimento anche se non è stata fatta l’autopsia dopo il decesso?
Sì, è pienamente possibile agire in sede civile anche senza autopsia. Nel processo civile per malasanità vale la regola del “più probabile che non”: se un paziente entra in Pronto Soccorso con dolori acuti, viene dimesso senza esami cardiologici per una presunta colica e muore poche ore dopo per arresto cardiocircolatorio, i periti di www.tribunaledelmalato.org possono dimostrare il nesso causale attraverso la ricostruzione clinica e temporale degli eventi.
6. Il codice colore assegnato al Triage (es. codice verde o azzurro) giustifica la mancata esecuzione degli esami cardiaci?
No, anzi, un codice di priorità troppo basso assegnato al Triage può rappresentare il primo anello della catena di errori dell’ospedale (cosiddetto under-triage). Se l’infermiere al Triage e successivamente il medico di guardia sottovalutano i parametri vitali, l’età, i fattori di rischio o i sintomi associati (sudorazione, pallore, nausea), la struttura sanitaria risponde dell’errata classificazione d’urgenza.
7. Se il paziente soffriva già di calcoli renali in passato, il medico è scusato per aver pensato a una nuova colica?
No, la presenza di una patologia pregressa non autorizza mai il medico a omettere gli accertamenti diagnostici. Questo errore cognitivo in medicina si chiama pregiudizio di ancoraggio: il medico si fissa sulla storia passata del paziente senza verificare se l’episodio attuale sia invece un evento cardiaco acuto. Ogni accesso in Pronto Soccorso va indagato con rigore scientifico.
8. Qual è la differenza tra una morte inevitabile per infarto fulminante e una morte da malasanità?
Si parla di fatalità inevitabile solo quando il paziente viene subito sottoposto a tutti gli esami corretti e, nonostante le cure immediate in sala di emodinamica, il cuore non regge. Quando invece il paziente è stato tenuto ore in Pronto Soccorso e poi rimandato a casa con una diagnosi sbagliata, gli è stata negata ogni possibilità di essere curato: qui non c’è fatalità, ma colpa medica per omessa diagnosi e omessa terapia.
9. Chi risponde economicamente dell’errore: il singolo medico del Pronto Soccorso o l’ospedale?
Per i familiari è molto più semplice e sicuro agire contro la struttura sanitaria (ASL o Azienda Ospedaliera) e la sua compagnia assicurativa. In base alla Legge Gelli-Bianco (Legge 24/2017), l’ospedale risponde sempre a titolo di responsabilità contrattuale per gli errori commessi dai propri medici e infermieri, garantendo la solvibilità economica necessaria per pagare risarcimenti anche molto elevati.
10. Se il paziente è morto in ambulanza mentre tornava in ospedale per la seconda volta, cosa cambia?
Questo elemento rafforza ulteriormente la posizione dei familiari. Il fatto che poche ore dopo la dimissione si sia reso necessario chiamare il 118 per un peggioramento drammatico dimostra che la patologia cardiaca era già in atto durante il primo accesso in Pronto Soccorso e che il paziente non avrebbe mai dovuto lasciare l’ospedale.
11. Entro quanto tempo va fatta la richiesta di risarcimento per la morte di un familiare (prescrizione)?
I termini di prescrizione variano in base al tipo di azione, ma la regola fondamentale per non perdere alcun diritto è agire tempestivamente. Contro la struttura sanitaria si hanno 10 anni di tempo per richiedere i danni subiti direttamente dalla vittima (che passano agli eredi) e 5 anni di tempo dalla data del decesso per il danno da perdita del rapporto parentale subito direttamente dai familiari. Rivolgersi subito a www.tribunaledelmalato.org permette di interrompere immediatamente i termini di prescrizione.
12. Come faccio a richiedere il verbale di Pronto Soccorso e la cartella clinica, e cosa succede se mancano dei fogli?
Qualsiasi erede legittimo può richiedere copia conforme del verbale di Pronto Soccorso e della cartella clinica all’Ufficio Cartelle Cliniche dell’ospedale, che per legge deve consegnarla entro 7-30 giorni. Se la cartella clinica risulta incompleta, lacunosa o mancano i tracciati degli esami, la Cassazione stabilisce che la lacuna documentale gioca sempre a sfavore dell’ospedale, facilitando la prova dell’errore medico per i familiari.
13. Sul foglio di dimissioni mio padre aveva firmato per accettazione: quella firma toglie responsabilità ai medici?
Assolutamente no. La firma apposta dal paziente sul verbale di dimissione serve solo ad attestare il ritiro del foglio o l’accettazione delle indicazioni terapeutiche domiciliari fornite dal medico. Non è una liberatoria e non esonera mai l’ospedale dalla responsabilità per aver formulato una diagnosi errata. Anche un eventuale modulo di consenso informato non copre mai gli errori diagnostici o la negligenza medica.
14. È necessario affrontare un lungo processo penale o sporgere querela dai Carabinieri per avere il risarcimento?
Non è obbligatorio affrontare un processo penale. Sebbene nei casi di morte improvvisa dopo una dimissione si possa presentare un esposto in Procura per far eseguire l’autopsia, la strada più rapida, efficace e meno logorante per la famiglia è l’azione civile di risarcimento danni. In sede civile i criteri di accertamento della responsabilità sono molto più favorevoli ai familiari rispetto al processo penale.
15. Chi ha diritto a chiedere il risarcimento e cosa succede se un parente non vuole partecipare alla causa?
Hanno diritto al risarcimento il coniuge (o convivente stabile), i figli, i genitori, i fratelli e le sorelle, e in molti casi anche i nonni e i nipoti. È importante sapere che ogni familiare ha un diritto autonomo: se un fratello o un altro parente non se la sente di agire contro l’ospedale, gli altri familiari possono procedere da soli senza alcun ostacolo e ottenere l’intera quota di risarcimento a loro spettante.
16. Quanto costa far analizzare le carte mediche per capire se c’è stato davvero un errore?
Molti cittadini rinunciano a cercare giustizia perché temono di dover spendere migliaia di euro in perizie e avvocati senza avere certezze. Con il Tribunale del Malato (www.tribunaledelmalato.org) questo ostacolo è azzerato: la pre-analisi documentale è totalmente gratuita e permette di sapere con onestà e rigore medico-legale se ci sono i presupposti per ottenere il risarcimento.
17. Come funziona concretamente la tutela “Zero Anticipi” del Tribunale del Malato?
È un sistema di garanzia trasparente pensato per mettere il cittadino comune sullo stesso piano dei grandi ospedali. Affidandoti a www.tribunaledelmalato.org, non dovrai sborsare alcun anticipo di spesa per avviare e gestire la pratica. Gli avvocati convenzionati non chiedono alcun acconto o fondo spese iniziale: lavorano con un patto chiaro che prevede il compenso esclusivamente a risultato ottenuto, cioè solo quando l’assicurazione o l’ospedale avranno pagato il risarcimento.
18. E se per qualsiasi motivo il risarcimento non dovesse essere ottenuto, dovrò pagare gli avvocati?
No. La formula adottata dai professionisti convenzionati con www.tribunaledelmalato.org tutela integralmente la famiglia dal rischio economico: se la pratica viene accettata dopo la valutazione medico-legale positiva, gli avvocati non percepiscono alcun compenso né acconto durante l’iter, e vengono retribuiti solo in caso di effettivo incasso del risarcimento da parte degli eredi.
19. Quanto tempo ci vuole in media per chiudere una pratica di risarcimento per decesso da malasanità?
Grazie all’introduzione del procedimento di Consulenza Tecnica Preventiva (ATP ex art. 696-bis c.p.c.) e della mediazione obbligatoria, i tempi si sono notevolmente ridotti rispetto alle vecchie cause civili. Nella maggioranza dei casi, una pratica ben istruita si conclude con una transazione stragiudiziale o conciliativa in circa 8-14 mesi, permettendo ai familiari di incassare il risarcimento senza attendere anni di tribunale.
20. Posso rivolgermi al Tribunale del Malato anche se l’ospedale si trova in una piccola provincia italiana?
Certamente. Il Tribunale del Malato (www.tribunaledelmalato.org) opera su tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud, isole comprese. Inoltre, affidarsi a un’organizzazione nazionale con medici legali e avvocati specializzati esterni alla piccola realtà locale garantisce la massima indipendenza di giudizio, evitando qualsiasi conflitto di interessi con i medici dell’ospedale del posto.
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